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Il cupo fattore Bayley

Tre anni dopo “Fear of The Dark”, arriva il Fattore X, un’incognita, un esperimento, qualcosa di nuovo. Come un nuovo cantante: Blaze Bayley, ex-Wolfsbane, che pubblicherà con la Vergine di Ferro appena un paio di album e che, sfortunatamente per lui, non sarà mai completamente accettato da tutti i Maiden-fan sparsi per il globo.
Certo le timbriche di Bayley e Dickinson sono parecchio lontane, per estensione e attitudine vocale, ma se questo è vero, lo è altrettanto il fatto che gli Iron Maiden, per quella che è venuta ad essere la loro essenza, non avrebbero trovato un sostituto soddisfacente nemmeno in Michael Kiske, André Matos, Damian Wilson o Edu Falaschi, ovvero alcuni tra i pretendenti al trono dopo l’abdicazione senza eredi designati di Bruce Dickinson. Ci sono infatti membri, in una band, che semplicemente marchiano a fuoco, forgiano a propria immagine e somiglianza un certo stile, chi subentra al loro posto potrà o imitare o, rischiosamente, cercare di caratterizzare a sua volta il contesto nel quale s’inserisce – in entrambi i casi, sarà comunque difficile evitare le critiche. Che infatti ricaddero puntuali sul lavoro svolto da Bayley per registrare e adattare la sua voce, più bassa e grezza di quella dell’ex-Maiden, al quadro sonoro nel quale andava ad inserirsi. Un contesto sonoro che per l’occasione, anche per l’apporto dell’ex-Wolfsbane, diventava più cupo e sinistro.
Vengono conservati gli elementi fondamentali che hanno sempre sostenuto fama e monicker della band, ma riproposti con un’attitudine più introversa (cfr. “Fortunes Of War”), forse più triste, dal flavour quasi progressivo. In tutto questo la timbrica di Bayley riesce a ritagliarsi un suo spazio ben abbinato con ciò che gli stava intorno e forse non a caso: quasi la metà dei pezzi qui contenuti (5 su 11) accreditano infatti anche Bayley tra i propri compositori, ricordiamo tra le altre “Man On The Edge”, primo singolo estratto, “The Aftermath” e “The Edge Of Darkness”.
“The X Factor” potrebbe forse ricollegarsi a “Seventh Son Of A Seveth Son”, lavoro sicuramente più efficace e valido uscito sette anni prima, che proponeva anch’esso una mistura di elementi progressivi vestiti di un mood dark ed epicheggiante, caratteristica quest’ultima che fa capolino in maniera più significativa soltanto in “Sign Of The Cross”, che si dimostra peraltro forse la miglior canzone dell’album. Citazione finale per “Judgement Of Heaven”, semplicemente un gioiello sottovalutato e dimenticato in questo scrigno.
Questo è insomma un disco che soffre di una forte spaccatura di opinioni tra chi lo ritiene un mezzo capolavoro, profondo, romantico e potente al tempo stesso, e chi non sopporta il vocione sgraziato di Blaze e semplicemente vorrebbe Bruce. Senza dubbio Dickinson avrebbe reso questo disco più “maideniano” nell’accezione classica e conservatrice del termine, ma proprio questo crediamo sia il fulcro e il punto debole di tante critiche: “The X Factor” è un lavoro che deve discostarsi per forza da una tradizione quasi ventennale, ritrovandosi perciò nella condizione di fare di necessità, virtù, e ci riesce, anche grazie a un’ispirazione genuina e non troppo altalenante. Non ci sembra assolutamente cosa da sottovalutare.

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