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Deafheaven: irresistible

Se per qualche assurdo motivo Oystein Aarseth, meglio conosciuto come Euronymous, leader e fondatore dei Mayhem [Una delle band capostipiti del black metal. Euronymus fu ucciso a coltellate da Varg Vikernes, noto ai più come Burzum, in una delle pagine più nere e malate della storia del rock ] tornasse misteriosamente in vita e decidesse di recarsi al concerto di una delle band più acclamate dell’anno, debitrice nei confronti del suo oscuro e misantropico black metal, e vedesse il tavolo del merch imbandito di dischi dalla copertina rosa, gnocca a profusione e, ciliegina sulla torta, la band sul palco indossare pantaloni col risvolto senza calzini, occhiali da nerd e una faccia che neanche il più sfigato dei suoi compagni del liceo, beh allora il buon Oystein tornerebbe seduta stante nel suo sepolcro maledicendo, mai come allora, la vita e tutti gli esseri viventi. Noi invece, che puristi del true metal non lo siamo mai stati, ci dirigiamo verso il Traffic curiosi di vedere uno dei gruppi rivelazione dell’anno, autori di un disco, “Sunbather”, incensato da gran parte della stampa specializzata.

Arriviamo al locale troppo tardi per assistere all’esibizione del primo gruppo d’apertura della serata, i Dreariness, ma riusciamo a goderci l’intera setlist dei Tomydeepestego, band post-hardcore strumentale romana da anni molto attiva nella scena underground. Concerto perfetto quello del quintetto, nonostante qualche problemino tecnico legato alla stabilità della cassa della batteria; suoni potentissimi e definiti (dal punto di vista fonico probabilmente il sound migliore della serata) e brani di ottima fattura.

I Deafheaven entrano in scena dopo un breve cambio palco accompagnati da un intro pacato ed etereo, il pubblico è ormai numeroso. Il tempo di un’accordata veloce agli strumenti e il riff di “Dream House” rompe il silenzio, accompagnato dall’urlo d’approvazione degli impavidi stipati sotto al palco pronti a darsele di santa ragione. Il volume è, giustamente, spacca timpani, le chitarre impastate e taglienti, la probabilità di essere assillati dall’acufene per i prossimi giorni è pressoché scontata. Il teatrale frontman George Clarke, vero animale da palcoscenico, si muove sinuoso incitando continuamente gli astanti, fingendo continuamente copule con l’asta del microfono e sbraitando come una fiera feroce in cattività. Gli altri membri della band hanno un approccio decisamente più sobrio, concentrando i propri sforzi e le proprie attenzioni più sui propri strumenti e sull’esecuzione dei brani che sul pubblico. “Sunbather” viene eseguito quasi integralmente, fino alla gemma conclusiva “The Pecan Tree” che con le sue commistioni di black metal, post rock e shoegaze, chiude con un alto tasso di epicità, tra riverberi, delay e melodie catchy, la setlist dei californiani. Ma c’è ancora tempo per un meritato bis con “Unrequited”, l’unico brano estratto dall’album di esordio “Roads to Judah”, che saluta definitivamente il pubblico del Traffic.

E’ vero, i più duri e puri storceranno la bocca davanti a un progetto del genere, troppo poco ortodosso, blando e “modaiolo”; noi sappiamo solo che “Sunbather” è un disco che ci ha stregato e che i Deafheaven dal vivo si sono dimostrati una band schiacciasassi. Evviva il rosa!

 

Setlist:

Dream House

Sunbather

Vertigo

The Pecan Tree

Unrequited

 

 

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