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Isabella Ferrari al Giffoni Film Festival

Tutti seduti a semicerchio attorno ad una sedia vuota, sedia che presto si riempirà con la donna che tutti attendiamo: Isabella Ferrari.

Per l’incontro con la stampa web è stata organizzata una “round table”, una conversazione/intervista dove ognuno di noi porrà la propria domanda. Quindi comincio a mettere le mani avanti fin da adesso: se leggerete domande banali o poco interessanti, la colpa non è (solo) mia. Io mi limiterò a riportarvi diligentemente tutto quanto detto. Non vi indicherò nemmeno quale delle tante è la mia domanda. Potete divertirvi a indovinarla da soli: un gioco così coinvolgente non si vedeva dai tempi del barattolo di fagioli della Carrà, vero?

Torniamo a noi.

Entra la Ferrari in maniera abbastanza dimessa, ma sfavillante nel suo abito lungo, X anni splendidamente portati. Se riuscite, sostituite voi la X con la cifra esatta, io sulla rete non sono riuscito ad avere delucidazioni. Sembra un segreto molto più impenetrabile degli scandali del CIA-gate. Dov’è un Edward Snowden quando serve? Ma smettiamola di tergiversare e diamo il via alle danze:

Ci parla del suo impegno come ambasciatrice per “Save the Children”? Soprattutto in relazione al suo essere madre?
Sono ambasciatrice da due anni. È stato un modo per avere l’impressione di essere in qualche modo utile ad una causa importante. I miei figli stanno crescendo ed io ho più tempo a disposizione. Non è che faccia poi chissà che, tutto sommato. Ho fatto dei viaggi, in alcune scuole a Napoli, in Giordania (proprio così, considerati evidentemente come teatri di guerra e disagio assimilabili n.d.r.), a promuovere asili e nuove strutture. Siamo comunque solo all’inizio, è una cosa talmente nuova… Diciamo che io metto la mia faccia sperando che serva a raccogliere più fondi per questi progetti.

Quest’esperienza come l’ha cambiata e come la sta cambiando? (questa NON è la mia domanda, in questo caso ci tengo a precisarlo n.d.r.)
È chiaro che quando sono stata al campo in Giordania è stata un’esperienza che mi è rimasta addosso per giorni. Guardare questi bambini che non hanno nulla, nemmeno le lenzuola, è qualcosa che non può lasciare indifferente. Si prova molta rabbia, le ONLUS operano sui territori in stretto contatto con le popolazioni locali, ma le guerre continuano. È frustante.

All’opposto totale di quanto detto finora, come vive invece l’aspetto “glamour” del suo mestiere? I premi, il luccichio, la moda…
So che tutto questo c’è, fa parte del gioco, del giro di giostra, ma gli do il peso che merita, cioè poco. Faccio questo mestiere da più di trent’anni, so benissimo che tanti articoli sul nostro mondo parlano del vestitino, del trucco, ma a me quello che piace è recitare, intraprendere un viaggio dentro una persona che non sono o magari molto diversa da me.

“Be Different” è la tematica di questa edizione del Festival. Come si rapporta con la diversità?
Un tema grosso, importante. Io ho insegnato ai miei figli ad essere se stessi e a non rincorrere mode e modi di comportarsi solo perché gli porterebbero una maggiore accettazione sociale.

Parlando dei suoi esordi, Rai3 ha ritrasmesso “Sapore di mare” in competizione con la finale degli ultimi Mondiali, ottenendo un sorprendente e rilevante successo in termini di share. Quella sera il titolo del film è diventato anche un hashtag tra i più gettonati su Twitter. Si aspettava la riscoperta di questo film? Siamo ancora capaci di realizzare opere che rimangono nel tempo?
I fratelli Vanzina con quel film riuscirono a creare un ritratto della borghesia insieme feroce ed efficace, anche per questo è rimasto un cult ancora così apprezzato. Penso anche, ad esempio, che “La grande bellezza” di Sorrentino è un film che rimarrà, un film che ci racconta nel bene e soprattutto nel male. E’ un momento felice per il nostro cinema, vinciamo premi in festival importanti e spero che anche dalla politica arrivi sempre più sostegno e appoggio, anche e soprattutto economico.

A proposito di quanto appena detto sul cinema italiano che vince premi importanti, agli occhi del mondo appariamo probabilmente come la cinematografia più vitale d’Europa. Si sente di far parte di qualcosa del genere, o forse tutto questo rilascia un’immagine non proprio veritiera?
Il cinema italiano sta messo come il Paese in generale, è in grande difficoltà, è in ginocchio. I premi ci sono e meno male che ci sono, ma non bastano a sostenere le produzioni, trovare nuovi fondi, avere più sicurezza. Siamo tutti, e sottolineo TUTTI, assolutamente precari.

Con questa dichiarazione forte, e con l’annuncio di un nuovo film tratto da un’opera dello scrittore e poeta Aldo Nove, si chiude quest’incontro.

Avevo “litigato” con la Ferrari, metaforicamente, dopo il premio come migliore attrice al Festival di Roma due anni fa per un film che ho detestato, l’orribile “E la chiamano estate” di Paolo Franchi. Ma dopo le collaborazioni con Marco Travaglio per “È stato la mafia”, un ritorno a quel teatro d’impegno civile che in Italia mancava da tempo e quest’incontro dove si è dimostrata estremamente gentile e disponibile, possiamo dire che la pace è fatta.

Credevo, parafrasando Jep Gambardella quando esce dalla camera della Ferrari dopo un incontro di sesso occasionale ne “La grande bellezza”, che questa fosse una di quelle cose per cui, con l’avanzare dell’età, non bisogna più sprecare tempo. Ci sbagliavamo io e Jep. Soprattutto lui. Jep sbaglia sempre, non dategli retta.

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