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Isabelle Huppert | Festa del Cinema di Roma 2018

Isabelle Huppert è alla Festa del Cinema di Roma 2018 per ricevere il premio alla carriera e per l’Incontro Ravvicinato col pubblico: l’attrice francese esordisce sul grande schermo negli anni 70, si fissa nell’immaginario con i ruoli pensati per lei da Claude Chabrol, da “Violette Nozière” a “Grazie per la cioccolata”, fino alla candidatura all’Oscar ricevuta con “Elle” di Paul Verhoeven.

«Non mi spaventa interpretare personaggi controversi — riflette Isabelle Huppert alla conferenza stampa del mattino — non penso ci voglia coraggio. Conosco persone nella vita reale molto più coraggiose di me. La complessità non mi fa paura, al contrario come attrice mi dà grande soddisfazione. E non credo si debba aver timore dell’ignoto, anzi lo trovo stimolante. È giusto che il cinema ponga degli interrogativi e non sia solo intrattenimento».

Tra i progetti più recenti a cui ha preso parte l’attrice c’è poi “The Romanoffs“, la nuova serie televisiva di Matthew Weiner: «Ho visto “Mad Men”, naturalmente, ed ero entusiasta all’idea di poter lavorare con Weiner. Interpreto una regista particolarmente nervosa, è stato molto divertente. Si tratta di una serie televisiva ricca di immaginazione, con tratti che definirei barocchi».

Come Cate Blanchett, che abbiamo incontrato ieri, anche Isabelle Huppert è attrice sia di cinema che di teatro (e tra l’altro le due anno recitato insieme in “Le serve” di Jean Genet): «Sono due situazioni molto diverse, il teatro è più stressante, mentre al cinema tutte le difficoltà vengono risolte dai registi. In questo senso sono sempre stata molto fortunata: ho piena fiducia nel cinema, lo considero il miracolo della regia».

«Mi sento al tempo stesso vicina e distante rispetto ai personaggi che interpreto — continua Huppert — Alcuni sono più legati al quotidiano, altri alla fantasia, ma si tratta sempre di finzione alla ricerca di autenticità».

Infine, c’è spazio per un breve ricordo dell’esperienza vissuta con i fratelli Taviani sul set toscano di “Le affinità elettive” (1996): «due artisti straordinari, di grande dolcezza, e così in sintonia che quasi non sembrava una regia a due teste».

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