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Il seme degli Isis

Per chi ha sempre desiderato dei Neurosis più accessibili, meno sperimentali, più estremi ma anche più “musicali”, legati alla forma-riff e ancora amanti di una certa importanza e interazione delle strutture: Aaron Turner, Aaron Harris e Jeff Caxide nel 1998 formano gli ISIS. Lontani dall’essere dei meri cloni dei Neurosis, forgiano una creatura che con il tempo fonderà il proprio stile unico. Questo piccolo grande inizio è in parte diverso, come l’embrione di una mutazione, sembra che al tempo si fosse lasciata aperta la possibilità di muoversi verso altre direzioni, che poi sono state fatte a pezzi dalla potenza di “Celestial” e lavate via dalle mareggiate di “Oceanic”. I pezzi sono ancora “canzoni” a tutti gli effetti, riuscite, intelligenti, convincenti, ma lontane da quella forma libera, dalle divagazioni e dalla voglia di innovare dei successivi album. Una partenza in quarta per una macchina già rodata che non stenta nemmeno un attimo, con gli stessi suoni pesanti targati ISIS, le stesse atmosfere che qui sembrano surrogate, magari con meno capacità di giostrare gli effetti sonici e soprattutto con meno sapienza nel gestire le dinamiche e i tempi, tutto è molto immediato e concreto. Sono presenti anche alcune tentazioni noise, specie nell’ultima traccia, poi esplorate meglio da Turner in progetti come Old Man Gloom e House Of Low Culture. Quattro pezzi ottimi, germogli dal retrogusto acerbo che serbano un enorme potenziale e che faranno ottima figura nella collezione di qualsiasi appassionato della band.

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