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Istanbul Documentarist Festival, intervista a Necati Sönmez

Da sei anni a Istanbul si tiene Documentarist, un festival internazionale dedicato al documentario e nato dall’iniziativa di un gruppo di cineasti indipendenti appartenenti all’Eurasia Art Collective (ASK, Avrasya Sanat Kolektifi). Quest’anno la manifestazione si è svolta dal 1 al 6 giugno, nel pieno delle proteste di Piazza Taksim e dell’occupazione di Gezi Park.

Necati Sönmez, co-direttore del festival con Emel Çelebi, ci ha raccontato questa particolarissima edizione degli Istanbul Documentary Days.

I vostri documentaries days si sarebbero dovuti concludere il 6 giugno ma la situazione delicatissima in cui si trovava la città vi ha spinti a prolungare le proiezioni per altri tre giorni, con una selezione speciale di film sul tema della resistenza.
Qual è stata la risposta del pubblico? E com’è andata la cerimonia di chiusura che avete tenuto proprio a Gezi Park?

L’apertura del festival è coincisa proprio con l’inizio della rivolta. Nelle prime ore del mattino del 31 maggio un gruppo di persone che stava tenendo un sit-in nel parco è stata attaccato ed è proprio contro quell’attacco violento che è nata la prima, immensa reazione della gente. Gli scontri tra poliziotti e manifestanti si sono estesi ben presto a tutta l’area intorno a Taksim e si stava già organizzando una nuova, grande manifestazione per la sera, così abbiamo deciso di cancellare la cerimonia di apertura invitando i nostri ospiti e spettatori ad unirsi alla protesta. Gli scontri sono proseguiti per tutta la notte e il giorno successivo e la polizia è stata ancora più dura. Insomma, abbiamo perso completamente il primo giorno di proiezioni e siamo rimasti bloccati in una delle nostre sale in compagnia di alcuni registi nostri ospiti, tra cui Alan Berliner che è stato testimone diretto della brutalità della polizia turca.

Quando la folla è riuscita ad occupare la piazza e Gezi Park la polizia ha dovuto ritirarsi e il giorno dopo è stato finalmente possibile iniziare le proiezioni, pur con qualche cancellazione e rinunciando ad alcuni eventi collaterali. Successivamente abbiamo pensato di prolungare il festival per tre giorni mettendo in calendario i ‘film di resistenza’, accolti benissimo dal pubblico. Ci sono state anche diverse proiezioni all’aperto nel Gezi Park occupato e la cerimonia di chiusura si è tenuta proprio nel cuore del parco di fronte a migliaia di partecipanti. Non avremmo potuto immaginare una cerimonia più bella ed emozionante. Anche perché il film vincitore la cui proiezione era prevista subito dopo la consegna dei premi è stato “My Father, Revolution and Me” di Ufuk Emiroglu dedicato ai movimenti rivoluzionari turchi degli anni 70.

La frase-simbolo del festival, “Breath reality through documentary!“, è stata l’ispirazione per sviluppare i vostri teaser trailer (uno, due e tre), nei quali vediamo persone protette da maschere antigas che riescono a respirare liberamente solo all’interno della sala cinematografica. Da dove è venuta l’idea?
Già da molto prima dell’inizio di Documentarist la polizia ha usato più volte enormi quantità di gas lacrimogeno durante le manifestazioni di piazza. L’idea di inserire l’elemento della maschera antigas nei teaser è nata come conseguenza naturale della nostra esperienza quotidiana mentre preparavamo il festival negli uffici di Istanbul. È stato un lavoro di gruppo da parte di noi organizzatori e abbiamo girato i trailer alcune settimane prima dell’occupazione di Gezi Park. Ironia della sorte, i trailer si sono rivelati perfetti per le giornate del festival durante i quali tutti indossavamo le maschere.

Tra le sezioni di Documentarist ce n’era una chiamata “The Arab World: Winds of Change”: che tipo di film sono stati selezionati e come li avete scelti?
Da due anni curiamo questa sezione dedicata non solo alla produzione cinematografica contemporanea ispirata dalla cosiddetta ‘primavera araba’ ma anche alla cultura araba nella sua interezza. L’obiettivo è ristabilire un legame tra il pubblico turco e la grande ricchezza culturale del mondo arabo. È qualcosa che mi sta particolarmente a cuore, io stesso vengo da una famiglia araba e oggi vivo al Cairo.

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