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  • IT Capitolo 2

    Diretto da Andres Muschietti

    Data di uscita: 05-09-2019

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Il punto di forza del Capitolo 2 di “IT“, che vede tornare alla regia l’argentino Andrés Muschietti dopo il successo del Capitolo 1, è l’ambizione: “IT” vuole essere un grosso film (anzi, due grossi film), vuole piacere, vuole essere visto da tanta gente e incassare tanti soldi (distribuisce la Warner), e per raggiungere l’obiettivo investe su massicci effetti visivi e su un cast composto da nomi molto noti (James McAvoy, Jessica Chastain che con Muschietti aveva già girato “La madre“) e baby star emergenti (il giovanissimo Finn Wolfhard di “Stranger Things”).

In questo senso, il film in due capitoli di Muschietti rende davvero onore al celeberrimo romanzo di Stephen King (già adattato per la televisione nel ’90, con Tim Curry nel ruolo di Pennywise), che ha ormai superato lo status di best seller per diventare un racconto archetipico e fondante della nostra cultura popolare: il pagliaccio inquietante, i palloncini, il bambino con l’impermeabile giallo erano tutti già lì su quelle pagine nel 1986.

Quelle pagine però sono più di mille, e se l’approccio massimalista al mito letterario di “IT” può dirsi corretto e – il botteghino confermerà ancora una volta? – vincente, l’adattamento vero e proprio resta un lavoro delicato, e non tutte le scelte operate da Muschietti e dallo sceneggiatore Gary Dauberman ottengono i risultati sperati (e ricordiamo che tra gli autori dello script per il primo “IT” figurava pure Cary Fukunaga, perché inizialmente la regia era stata affidata a lui: un progetto comprensibilmente travagliato).

La questione del mostrare o non mostrare, quando si tratta di horror, non è certo nuova, ma per “IT” era un nodo fondamentale: l’entità che tormenta i personaggi è fatta di paura purissima, è una minaccia psichica prima che fisica, è qualcosa che sta nella mente prima di incarnarsi in una qualche forma esterna («something for which he had no name», pensa il piccolo Georgie di King già nelle primissime pagine, prima dell’incontro fatale con la cosa). Tutto questo, nel racconto per immagini di Muschietti è meno forte, meno evidente: ci si affanna a visualizzare le trasformazioni di IT con la CGI, ci si concentra forse troppo sulla forma-Pennywise (sotto il trucco c’è Bill Skarsgård) senza però approfondirla, e la sequenza degli attacchi di IT, malgrado qualche genuino salto sulla poltrona, risulta ripetitiva.

Funziona invece meglio l’alternanza tra passato e presente, e la rappresentazione della memoria come qualcosa di non-lineare, in modo coerente con le manifestazioni cicliche di IT a Derry: nel Capitolo 2, i personaggi adulti si riappropriano lentamente dei loro stessi bambini attraverso il recupero di ricordi rimossi che risultano nuovi anche per noi che li vediamo sullo schermo, completando e portando a compimento ciò che dei Losers ci era stato mostrato nel Capitolo 1. Da questo punto di vista, l’interpretazione del Richie adulto data da Bill Hader, già lodatissima oltreoceano, è probabilmente la più precisa e tecnicamente riuscita, perché appare davvero, senza risultare leziosa, come una versione cresciuta delle espressioni e degli sguardi del piccolo Wolfhard: un lavoro di squadra, una recitazione costruita in due.

E se il personaggio-IT soffre di un eccesso di CGI, l’aspetto emotivo della lotta che i protagonisti ingaggiano contro di lui è invece centrato, anche se forse troppo spiegato: IT attacca più facilmente chi è già stato attaccato, e quindi indebolito, dalla cattiveria umana. E la paura più grande, evidente soprattutto in Stan (Wyatt Oleff/Andy Bean), Ben (Jeremy Ray Taylor/Jay Ryan) e Bill (Jaeden Martell/James McAvoy), è quella di non avere più la forza, o peggio il diritto, di essere vivi, di continuare a esserci e immaginare un futuro senza negare il passato. Qualcuno ce la farà, qualcun altro no.

Alla regia di Muschietti manca poi una visione di ampio respiro, necessaria per una storia corale che si sviluppa nell’arco di trent’anni (il romanzo si muoveva tra i ‘50 e gli ‘80, il film tra gli ‘80 e i giorni nostri) e che ha le sue radici negli infiniti misteri di una piccola città: si procede per singole scene, alcune anche riuscite (l’intimità della cena tra i Losers riuniti, l’ingresso a Derry come eroi in una città fantasma), ma si fa fatica a ritrovare, in questo IT cinematografico, la minuziosissima epica della gente comune che rende da sempre la prosa di King così appassionante.

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