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La strada di una zona residenziale di un suburbio americano, costeggiata alberi dalle foglie di un arancione brillante: è con la primissima inquadratura di “It Follows” è quasi una dichiarazione di intenti.

Questo è lo spirito con cui affronteremo la storia, sembra dirci il regista e sceneggiatore David Robert Mitchell.

David Robert Mitchell, classe 1974, deve essere cresciuto a pane e John Carpenter. La cosa si riflette chiaramente nello stile asciutto e controllato di “It Follows”, nei precisi movimenti di camera, nel modo del tutto particolare rendere della colonna sonora un elemento portante della narrazione.

“It Follows” si porta dietro tutto un bagaglio di illustri modelli – slasher e non – che, probabilmente, hanno fatto di David Robert Mitchell il regista che è oggi: non solo Carpenter (“Halloween”, “Distretto 13”), ma anche Wes Craven (“Nightmare – Dal profondo della notte”) e Tobe Hooper (“Non aprite quella porta”, “Space Vampires”), solo per citarne alcuni.

Non si tratta di citazionismo. O almeno non solo. L’intento sembra quello di confezionare uno film contemporaneo, ma in grado di parlare al giovane pubblico di oggi, così come a quello degli anni ’70 e ’80.

«Sesso uguale morte», sentenziava Randy in “Scream” di Wes Craven (1996) nell’elencare le principali regole per sopravvivere in un horror. David Robert Mitchell prende quel postulato, lo rende il motore della storia, lo demolisce per poi ricostruirlo.

“It Follows” racconta la storia di Jay (Maika Monroe), un’adolescente che, dopo aver fatto sesso, comincia ad essere perseguitata da una misteriosa presenza che prende via via sembianze diverse. Un’entità che si trasmette attraverso rapporti sessuali e che, una volta uccisa la vittima, torna a perseguitare colui o colei a cui era stata trasmessa precedentemente.

Questa volta è la stessa final girl, tradizionalmente vergine, ad aver infranto la prima regola per sopravvivere in uno slasher, in una vicenda, però, in cui la decisione di fare sesso diventa via via più consapevole.

Quella che, di primo acchito, può sembrare una metafora perbenista viene così spogliata di ogni connotazione morale (come, d’altronde, doveva esserlo anche nel primo “Halloween”), diventando un espediente molto azzeccato per confezionare un horror pervaso da un sottile, ma palpabile, senso di pericolo imminente.

Un film ben girato, che si tiene lontano dalle dinamiche narrative dell’horror mainstream e che riesce a sfruttare nel migliore dei modi il potenziale di una storia tanto semplice quanto terrificante, facendosi perdonare anche qualche sbavatura di scrittura (come nel caso della sequenza dalla piscina).

Il merito è anche della bellissima colonna sonora composta da Disasterpeace (ne abbiamo parlato qui), chiaramente ispirata ai lavori di Carpenter e dei Goblin, che con i suoi sintetizzatori stridenti ed incalzanti contribuisce in maniera fondamentale a costruire la tensione.

Durante “It Follows” non si salta sulla sedia come in un luna-park. Non è quel genere di horror. Agisce in modo più sottile, ti avvolge e ti si attacca addosso per diverse ore. Un’esperienza coinvolgente che la visione nel buio della sala è in grado di amplificare.

Per coloro che hanno familiarità con le produzioni indipendenti, “It Follows” non sarà certo il miglior horror degli ultimi dieci anni (anche se io stessa l’ho incluso tra i migliori dieci visti nel 2015), ma è un ottimo rappresentante di quel tipo di cinema che potrebbe e, soprattutto, dovrebbe arrivare nelle nostre sale più spesso.

“It Follows”, infatti, approda nei nostri cinema a più di due anni dalla presentazione a Cannes e ad un anno dall’uscita in home-video negli altri paesi. E mai come questa volta è il caso di dire: meglio tardi che mai.

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