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Italians In London: Lo Stato Sociale, Il Pan Del Diavolo, Foxhound in concerto a Londra

Certo, il pippone introduttivo su noi poveri emigrati nella fredda Albione potrei anche evitarlo. Purtroppo vi tocca. Anche perché la serata di mercoledì scorso, 4 marzo, è più facile da capire se messa nel giusto contesto.

Prendete un locale a Camden Town, la zona feticcio dell’immaginario italiano di Londra. Un locale chiamato Dingwalls, che si trova accanto al Regent’s Canal, notoriamente abitato da folaghe antropofaghe. Un posto carino, non enorme ma adatto per un concerto “di nicchia” come può esserlo quello rivolto ad una comunità di stranieri.

Prendete poi tre band del panorama indie italiano, che decidono di fare un mini-tour europeo che toccherà, dopo Londra, Bruxelles e Amsterdam. Le tre band sono i Foxhound, Il Pan Del Diavolo e Lo Stato Sociale, arrivati con armi e bagagli nella capitale britannica dopo aver attraversato mezza Europa e il Canale della Manica (perdendo pure qualche pezzo per strada, ma questa storia la racconteremo poi)

Immaginatevi infine la diaspora italiana spersa per l’Europa. Immaginatevi soprattutto l’immensa comunità di italiani che vive a Londra. Siamo onesti: praticamente chiunque ha un amico\conoscente\parente che sta o è stato a Londra. Questa comunità è formata da persone che spesso sono fuori dall’Italia pure da periodi relativamente lunghi. Se appunto riuscite a immaginarvi questa situazione, capirete come a uno faccia più che piacere che una band che si era abituati ad ascoltare dal vivo in uno degli infiniti festival estivi in giro per il Bel Paese venga a suonare proprio dietro la tua nuova casa.

Sono stati questi gli ingredienti per la bella festa caciarona e ignorante in salsa italica che ha infiammato per qualche ora questo famoso Dingwalls di Camden.

Personalmente, ero partito per questa serata assai carico. Era da forse quasi due anni che non assistevo ad un concerto sia de Lo Stato Sociale che de Il Pan Del Diavolo, e la voglia di sfogarmi era tanta.

Due anni. È un po’ un cliché, però se ci ripenso qualche brivido d’età lo sento. Ma la serata è stata certamente degna delle aspettative, nonostante gli orari e l’inflessibilità dei britannici che hanno costretto le band ad un ritmo serrato e a una chiusura di serata assai brusca dal retrogusto amaro.

Ecco allora come si è svolta la serata, band dopo band.

 

Foxhound

 

I Foxhound sono stati sicuramente la band rivelazione. I quattro torinesi hanno offerto una gran performance, piena di energia e sudore. Hanno purtroppo pagato l’aver suonato per primi, con il club ancora mezzo vuoto e un pubblico piuttosto freddino, e sicuramente non ha aiuto anche il fatto di non essere conosciuti, nonostante siano in giro dal 2006 e abbiano già pubblicato due dischi. È il destino delle band italiane che decidono di cantare in inglese, una scelta coraggiosa che però limita assai il pubblico potenziale. Il loro ruolo nella serata non era certamente facile, e hanno cercato di offrire il meglio che avevano. Unica nota negativa è che magari avrebbero potuto fare qualcosa di più per rompere il ghiaccio. Vero è che le tempistiche della serata imponevano un ritmo serrato, però, proprio perché si aveva di fronte un pubblico che non ti conosce, qualche parola, qualche contatto in più poteva starci.

Comunque andateveli ad ascoltare. E se riuscite a beccarli dal vivo, pure meglio.

 

SCALETTA

Purtroppo, non conoscendoli, non son riuscito a prendere nota delle canzoni, e non son riuscito neppure a mettere le mani su una delle loro scalette. Unica che mi ricordo per certo è “Fitness”.

 

Il Pan Del Diavolo

 

Che dire, con il Pan Del Diavolo si va sempre abbastanza sicuri. Il duo palermitano è sinonimo di schitarrate cattive e un po’ di tamarria positiva che fa sempre bene. Nonostante i loro ultimi album non mi abbiano entusiasmato eccessivamente, dal vivo non hanno assolutamente perso un grammo della loro forza. Sono stati semplici e diretti, anche se a tratti pure loro hanno peccato di eccesso di distacco dal pubblico.

La loro carica ha avuto certamente un buon effetto sul pubblico, che li ha accolti con molto più entusiasmo rispetto ai Foxhound, entusiasmo dovuto anche al maggior successo raccolto in patria e anche dalla presenza di palermitani in sala. Era facile notare come tuttavia molti tra i presenti non avessero la minima idea di chi fossero i Pan Del Diavolo. Già tra le prime file ho potuto notare molte facce abbastanza indifferenti. Certo, è possibile che sia io quello strano che si esalta per qualunque concerto (come ha potuto sperimentare la ragazza accanto a me, che si è beccata tutto il mio fomento fatto di salti e urla belluine). Però ecco, un minimo di pressabbene in più la prossima volta che si assiste ad un concerto non farebbe male. Lasciatevi andare non tenete tutto solo per il vostro artista preferito.

 

SCALETTA

 

  • Piombo Polvere E Carbone
  • Centauro
  • Coltiverò L’Ortica
  • Mediterraneo
  • Sono All’Osso
  • Scimmia Urlatore
  • I Peggiori
  • FolkRockaBoom
  • Libero
  • Pertanto
  • Farà Cadere Lei

 

Lo Stato Sociale

 

Era chiaro che la maggior parte della gente era al Dingwalls per partecipare alla festa caciarona portata dai cinque bolognesi. L’esplosione causata dalla loro apparizione ne ha dato la conferma.

Tuttavia c’è stata una sorpresa. Vi ricordate di quando dicevo che nell’arrivare a Londra qualche pezzo s’era perso per strada? Ecco, ce ne siamo tutti accorti quando abbiamo visto Matteo Romagnoli, l’eminenza grigia che sta dietro tutto il carrozzone della Garrincha Dischi, afferrare il basso e prendere il posto di Arbè, che a quanto pare s’è dimenticato che il Regno Unito è fuori dall’area Schengen ed è stato quindi bloccato alla dogana insieme ad altri due membri dello staff perché non avevano con sé la carta d’identità. La cosa in realtà non ha causato eccessivo scompiglio, perché Matteo ha saputo ben coprire il ruolo di Arbè, a parte nelle canzoni che prevedevano che fosse lo stesso Arbè a cantare (quanto speravo in “Brutale”).

Nonostante fosse da prima dell’uscita del secondo album che non li sentivo dal vivo, Lo Stato Sociale ha dimostrato di essere sempre in grado di fare dei concerti da delirio. Sin dalla prima nota è partito il panico, con un bel pogo caciarone pieno di sudore che ha fatto rischiare più di una volta a qualcuno in prima fila di prendersi una testata sul supporto per i campanacci di Checco. La confusione regnava sia in sala che sul palco, dove ogni tanto cavi s’attorcigliavano e lo spazio ristretto rendeva difficili i movimenti dei vari membri della band, che come sempre odiano il posto fisso cercando la flessibilità ad ogni costo. C’era pure qualche problema di audio, che non si era presentato durante le esibizioni delle altre due band. I suoni erano spesso confusi e non chiari, e spesso era pure difficile sentire la voce cantante (e mi è dispiaciuto in particolare durante “Sono Così Indie”, quando Bebo ha abbandonato il solito testo per (credo) improvvisare considerazioni e riferimenti alla Londra degli Italiani).

Ma nonostante tutto questo, i cinque bolognesi son riusciti a farmi vivere appieno un’altra volta l’esperienza di uno dei loro classici concerti, dove band e pubblico sono uniti, coinvolti e sconvolti, dove non c’è separazione tra palco e sala e il delirio regna sovrano.

Negative solo la durata e, soprattutto la conclusione. Certo, la serata ha visto altre due band suonare, e le tempistiche erano quelle che erano. Però a causa della disorganizzazione, e anche un po’ per il loro stesso stile, per cui si perdono sempre via per una battuta o altro, come ultima band hanno suonato abbastanza poco. E soprattutto sono stati costretti a chiudere in fretta e furia e abbandonare il palco in maniera secca, senza che ci fosse la possibilità per un bis o un saluto. E le reazioni a questo non sono state proprio buone. Ma il potere in questo caso era in mano ai perfidi albionici, e non c’era nessun’altra possibilità che finire il concerto poco dopo le undici.

Il mattino dopo comunque ero senza voce e sentivo tutti i muscoli delle gambe e delle spalle indolenziti. Segno che la serata è stata comunque degna di memoria. Un goccio di calore in questa fine d’inverno.

 

SCALETTA

 

  • La Rivoluzione Non Passerà In TV
  • Sono Così Indie
  • Dozzinale
  • C’Eravamo Tanto Sbagliati
  • La Musica Non È Una Cosa Seria
  • Ladro Di Cuori Col Bruco
  • Mi Sono Rotto Il Cazzo
  • Abbiamo Vinto La Guerra
  • Cromosomi
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