Home > Recensioni > Jahdan Blakkamoore: Buzzrock Warrior

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Il guerriero dalla lama smussata

Sotto la benevola ed accorta stella della Gold Dust, maestra nel pescare dall’underground di entrambe le coste statunitensi, Jahdan Blakkamoore riempie gli spazi vuoti che aveva lasciato con “We Are Raiders”, le cui sole quattro tracce avevano depositato nei (pochi) ascoltatori le uova della speranza. Speranza, a onor del vero, irrorata più dall’esigua durata dell’EP che non dal reale talento dell’artista: solo abbozzate nei loro dodici minuti di esordio, le capacità di Jahdan assumono qui tratti ben definiti e non particolarmente entusiasmanti.

L’inizio è promettente: ascoltando le note di “Get Hustlin” si assaggia un suono che ricorda le origini amazzoniche del cantante, lasciando il fiato sospeso nell’illusione di un seguito. Il sogno si spezza dopo due minuti e dieci, cioè dopo che Nokea e Baby Kites abbandonano il loro modestissimo ruolo di beatmaker, cedendolo a producer più “tradizionalisti”. Matt SHADETEk si siede ai piatti per ben dieci tracce su quattordici, sfornando basi che certo non brillano per originalità. Dal canto suo, Jahdan si lancia in un raggaeton che dal canonico straborda nel monotono: metrica clone di sé stessa, flow prestampato e una voce tutt’altro che nuova. Ciò considerato, non c’è da stupirsi se già alla sesta traccia partono gli sbadigli.

Contagiati dal virus della banalità, anche i testi faticano a spiccare il volo: un susseguirsi di argomentazioni sociali troppo poco incisive per essere definite critiche, inframezzate da leggeri e disimpegnati racconti di vita quotidiana. È solo all’undicesimo pezzo che la soglia dell’attenzione torna ad alzarsi, grazie al featuring con i 77Klash (che, non a caso, producono anche il brano). Si chiude al numero quattordici con una produzione di Maga Bo che, assieme alla voce di Abena Koomson, regala a Buzzrock Warrior un epilogo migliore di tutto quel che lo precede.

Quella che in dodici minuti poteva sembrare bravura, in quattordici lunghe tracce si diluisce nell’acquosa palude del già sentito. Nonostante sia difficile muovere critiche sul piano tecnico, un genere come il raggaeton (in questo caso misto a dancehall) ha bisogno di rinnovarsi continuamente: Buzzrock Warrior si infila in una babilonia di prodotti-fotocopia senza sapersi distinguere in alcun modo. Più featuring ed una diversificazione nei produttori avrebbero aiutato, come dimostrano gli episodici casi all’interno dell’album stesso: gli unici motivi, peraltro, che lo salvano dalla bocciatura.

Pro

Contro

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