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Jake Gyllenhaal, lo Sciacallo di Nightcrawler

Esce oggi nelle sale italiane “Lo sciacallo – Nightcrawler” (visto al Festival del Film di Roma, qui la recensione), il thriller sui generis di Dan Gilroy dedicato al mondo dell’informazione contemporanea e agli individui dalle tendenze borderline che riescono a celarsi nel tessuto sociale grazie allo stesso.

Il contributo del protagonista Jake Gyllenhaal alla riuscita di un film così rischioso è stato fondamentale e non si è limitato al solito, drastico dimagrimento in chiave Oscar. Gyllenhaal regala in questo ruolo l’ennesima performance memorabile, resa ancora più intrigante da una mimica del corpo e da uno sguardo implacabile che comunicano la simbiosi assoluta del protagonista con una società guidata nell’ombra da logiche primordiali, animali. Con il suo sguardo tagliente e l’impressionante lavoro di postura corporea, Gyllenhaal a tratti ha davvero qualcosa di animalesco e l’associazione con lo sciacallo del titolo è più che un semplice riferimento al giornalismo “à la Studio Aperto”, è una percezione più profonda e primordiale.

Losangelino, classe 1980, Jake Gyllenhaal fa sì parte dello star system di Hollywood, ma i più tendono ancora ad associarlo con i due film giovanili che l’hanno lanciato: “Donnie Darko” e “Brokeback Mountain“. Peccato, perché Gyllenhaal negli anni si è costruito una carriera parecchio interessante, riuscendosi a infilare con agilità in film ora autoriali ora commerciali, ma sempre distintisi per la loro qualità e la sua performance.

Dimenticato presto l’unico grosso scivolone di “Prince of Persia“, Gyllenhaal sembra aver attirato l’attenzione dei registi emergenti più intriganti: è stato il protagonista del secondo film dell’amatissimo regista sci-fi Duncan Jones “Source Code” (sicuramente inferiore al precedente “Moon” ma comunque apprezzabile), ha stupito per intensità in “End of the Watch” di David Ayer, regista duro che quest’anno è tornato ad attirare l’attenzione con “Fury”.

Insomma, non solo Jake Gyllenhaal ha sempre saputo alzare il livello dei film a cui ha partecipato con le sue ottime interpretazioni, ma è riuscito a ritagliarsi collaborazioni forse non con i registi più noti (a patto di ignorare la sua splendida prova in “Zodiac” di David Fincher, ovvio) ma con quelli che probabilmente lo saranno tra poco meno di un decennio, grazie alla consistenza dei loro film e alla scelta di attori capaci come lui.

Il colpo grosso è stata la duplice collaborazione con Denis Villeneuve, che ad oggi si contende con Xavier Dolan il titolo di regista canadese più influente sulla scena internazionale. Purtroppo però lo splendido “Enemy” è ancora inedito in Italia (ed è una gravissima mancanza), mentre “Prisoners” è uscito nelle sale poco più di un anno fa.

Jake Gyllenhaal non sbaglia un ruolo da anni e, quasi in sordina, si è ritagliato un profilo d’attore di rilievo della propria generazione investendo su film “pericolosi”, dall’esito mai scontato al botteghino, che anzi sono stati nobilitati grazie alle sue ottime performance. Di carriere così equilibrate e variegate tra gli attori più noti nati tra fine anni 70 e inizio 80 non ce ne sono molte (mi viene in mente giusto Tom Hardy, un altro nome sempre più sinonimo di qualità), perciò accettate un consiglio: se in un film in uscita leggete il suo nome, vale la pena almeno informarsi. L’Oscar, presto o tardi, arriverà.

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