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Jamaica Mon Amour: Raggae e disoccupazione

Atto d’amore verso la Giamaica, patria del reggae e del suo re, Bob Marley. Non di sola musica si tratta: con “Jamaica Mon Amour – proiettato al Nuovo Cinema Aquila di Roma – Tommaso D’Elia e Luca Onorati ci conducono in un viaggio alla scoperta del popolo giamaicano, della loro cultura musicale, ma anche dei loro problemi che lo rendono un paese afflitto dalla povertà, disoccupazione e criminalità organizzata.

Il consueto pellegrinaggio nei luoghi di Bob Marley, la sua casa che oggi ospita un festival internazionale di reggae, il santuario in cima ad una lussureggiante collina, l’intervista al produttore della londinese Island Records che produsse “Tuff Gong”, come veniva chiamato dagli amici Marley. E l’esplorazione musicale dell’isola: alla fine degli anni ’90 il mercato della reggae music è andato in crisi, il gangsta rap proveniente dagli USA è dilagato, portando allo sviluppo di un genere che musicalmente affonda le radici nello stesso humus del presistente reggae, ma porta in una direzione molto diversa. Dal messaggio del “peace&love” di Marley, dal forte messaggio politico e sociale della sua musica, “Get up, stand up! Stand up for you right. Get up, stand up! Don’t give up to fight” che incitava la gente ad unirsi, ad essere solidali e altruisti nella lotta contro gli abusi e i soprusi del potere, si è passati ai testi violenti e spesso misogini dei gangsta rap, che non incitano alla lotto contro l’ingiustizia, o meglio, partono dalla stessa condizione sociale: la povertà, l’emarginazione e l’ingiustizia sociale, cantate in quella che è la vita del ghetto. Ma la via che indicano va nella direzione opposta a quella del reggae del grande Bob: il mondo è una giungla feroce dove vince chi riesce a calpestare gli altri? Bene, adeguati, sii feroce anche tu, possibilmente con una pistola, se no non sei nessuno.

Il sunto della situazione ce lo fa un abitante del ghetto di Kingston – uno di quei maestri di vita che ti chiama fratello e che puoi incontrare nei modi e nei luoghi più impensati, e ti rimarranno impressi e al ritorno racconterai agli amici “c’era questo tipo fortissimo, uno che sa campare…” – ci dice che nel ghetto fa il maestro, dunque conosce bene la situazione: «Il problema principale è la disoccupazione: qui non trovi lavoro per quelle che sono le tue qualità, solo se conosci qualcuno, il capo di un’azienda o comunque un pezzo grosso, vieni assunto, e spesso il lavoro ti viene rifiutato perché sei dei ghetti di Kingston. I ragazzi si interrogano sul loro futuro. Per loro non rimane altro che vendere marijuana o cocaina, o armi per conto della criminalità organizzata, come dei bounty killer. Secondo me il problema della Giamaica non è né l’aids né la sifilide, ma i sentimenti negativi che portano a diffidare l’uno dell’altro, l’invidia e l’avidità. Se riusciremo a liberarci da questi sentimenti negativi la situazione migliorerà sicuramente».
E se si pensa che il governo investe 400 milioni all’anno nella sicurezza, sorge il dubbio che più che un’investimento “contro”, sia un investimento più o meno camuffato alla criminalità organizzata.

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