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  • James Blake: Assume Form

    Polydor / none

    Data di uscita: 18-01-2019

    Loudvision:
    Lettori:
    3.5 (70%) 2 vote[s]

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Sono ormai passati dieci anni dal debutto di James Blake. Dieci anni fa in Italia in pochi s’erano accorti del suo talento e “Air & Lack Thereof” era riuscita ad attirare l’attenzione strizzando l’occhiolino a qualche feticista del brit clubbing e del soft electronic. (se non conoscete la sopracitata, vi segnalo personalmente il live al Coachella del 2013, con Airhead al pad controller)“Limit to your love” fu il primo vero singolo ad anticipare l’uscita del primo LP, canzone presa in prestito da Feist, e Blake, allora ventenne, cominciò a sgomitare nelle chart inglesi fino ad entrare nelle grazie della critica dei Brit Award consacrandosi tra i maggiori musicisti produttori di elettronica e dubstep. Il 18 gennaio 2019 quello stesso ragazzo dalla pettinatura composta ha prodotto il suo quarto album, avente il nome di Assume Form uscito con Polydor Records, un’asserzione, quasi la proclamazione di un dogma.

D’accordo, s’era già notato negli anni precedenti che era in corso un cambiamento, le quattro produzioni si differenziano a sufficienza l’una dall’altra ed è possibile che qualche fan non sia propriamente lieto di questa metamorfosi. Al primo ascolto si nota subito che il modus operandi si è rivoluzionato, ma ciò che sorprende sono soprattutto i testi. I fan ne converranno e saranno d’accordo con la sottoscritta nel constatare che il giovane produttore ha virato in modo netto dal dubstep/downtempo/trip-hop al rap/elettro-soul/gospel. Dunque…le ansie, le paure e i turbamenti che se ne stavano lì sibilline tra le note e le parole del primo LP, di Overgrown e di The Color in Anything sono andate via via dissolvendosi e son state rimpiazzate dall’amore e da una crescita che ha determinato una rinascita: la fenice che risorge dalle ceneri, il ragazzo depresso e insicuro si veste di certezze e coraggio. Diciamocela tutta, i tempi di “The Wilhelm Scream” sembrano essere solo un lontano ricordo. Se prima James bisbigliava a voce bassa “I don’t know about my dreams/All that I know is that I’m falling” (Non so nulla dei miei sogni, so solo che sto cadendo), adesso canta in falsetto “I can’t believe the way we flow/Nothing makes a sound when you’re not around” (Non riesco a credere a come fluiamo/Niente emette un suono quando non ci sei). La fallacia di tutt’altra aspettativa era stata nutrita dal singolo (non incluso nell’album) “If the car beside you moves ahead”, comparso qualche mese prima sui canali di musica, generando un hype non indifferente. L’analisi potrebbe partire dalla disanima della prima e dell’ultima copertina degli album per capire che quella figura sfuocata, dai lineamenti evanescenti, su sfondo blu, è adesso stata rimpiazzata dallo stesso soggetto con l’aria più rilassata, posata, ben definita. Messaggio ricevuto James.  L’elettronica soul si impregna di strofe rappate incalzanti su basi da synth, arrangiate e mixate, ma c’è di buono che la qualità del prodotto non è scandente, affatto. Il sound e la ritmica rimangono il punto di forza di questo dubstep d’oltremanica. Non manca il pianoforte e la drum machine, la sua coperta di Linus, e le collaborazioni si sono moltiplicate anche se, il binomio Bon Iver – Frank Ocean non è facilmente rimpiazzabile.
Si poteva rimanere tranquillamente con la testa sott’acqua ad ascoltare i primi lavori di James Blake, immersi in un rallentamento del tempo fluido, diluito da una voce onirica, ovattata che toccava note alte e note basse. Invece adesso l’urgenza d’espressione porta all’accelerazione della parola come in “Mile High”, “Tell them” e “Where’s the catch?” (Nota di merito, a mio parere, quest’ultima collaborazione con André 3000, possiede quel quid in più rispetto alle altre tracce). Non si è capito bene cosa voleva raggiungere il cantante con questa alternanza di tracce movimentate ad altre più delicate e zuccherose come “Barefoot in the park” o “Don’t miss it”. In sostanza l’album è molto bello ma non sembra essere stato partorito dalla stessa anima che ha generato l’album omonimo, perla a sé stante. L’unica che sembra avere un barlume di famigliarità imperniante i precedenti lavori è “Lullaby for my Insomniac”, per i virtuosismi vocali e la moderata melodia calda, insomma, l’arto fantasma che torna a fare male.

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Contro

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