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James Blunt in concerto all’Auditorium di Roma: report live e scaletta

All’interno di Luglio Suona Bene 2014, il Moon Landing Tour è “atterrato” all’Auditorium Parco Della Musica di Roma il 21 luglio 2014, portando James Blunt ad incontrare di nuovo il pubblico romano, che ha sfidato la cupa minaccia di un cielo livido e il monito impresso sul biglietto “il concerto si svolgerà anche in caso di pioggia”, e con allegra determinazione ha riempito comunque la Cavea.

Moon Landing” è il quarto cd di James Blunt, un album che segna un ritorno alle origini per il cantante britannico, il disco che avrebbe registrato “se Back To Bedlam non avesse venduto”, percorso da una vena malinconica e solitaria, proprio come l’atmosfera evocata dagli sbarchi lunari. Eppure, nonostante qualche goccia di pioggia durante la serata, il concerto di James Blunt è stato (inaspettatamente?) pieno di partecipe allegria: veloce (un’ora e mezza netta), intenso e inarrestabile (Blunt instancabile, quasi non riprendeva fiato tra una canzone e l’altra, riuscendo però anche a chiacchierare con il pubblico), ma soprattutto capace di coinvolgere fino all’ultimo spettatore, senza distinzione di età, sesso e contegno (era in effetti un pubblico davvero molto variegato, sotto tutti i punti di vista).

 

Sarò sincera, e perdonatemi l’inusuale cambio di registro in questo report…non sono mai incline ad adottare un punto di vista così personale nel raccontare eventi del genere, ma stavolta è impossibile rimanere distaccati, tanta la voglia di tributare all’artista la capacità di suscitare empatia nel pubblico, e in questa spettatrice in particolare. Dicevo, sarò sincera: James Blunt è un artista che apprezzo, senza esagerazioni, dagli esordi. E’ dunque con curiosità, e non entusiasmo, che mi sono avviata al concerto; una volta lì ho trascorso l’ora di attesa leggendo informazioni e soprattutto scorrendo il feed del suo account di Twitter: ne esce un personaggio un po’ bizzarro, pungente e corrosivo nel limitarsi a commentare i detrattori con frecciatine apparentemente velenose. L’idea di lui che andava formandosi nella mia mente non era poi così favorevole. Inoltre l’ascolto del suo ultimo cd mi portava a credere che avrei assistito a una serata … uggiosa.

Alle 21 in punto sulle note della famigerata “Così Parlò Zarathustra” di Strauss (colonna sonora, non a caso, di una delle scene più iconiche di “2001 Odissea Nello Spazio”), uno ad uno i componenti della band con indosso tute da astronauti hanno preso posto ai vari strumenti posizionati su piattaforme rialzate dal design “spaziale”, e al culmine del pezzo, quando ormai chiunque si aspettava di veder emergere sul palco anche James Blunt, le grida soffocate dal retro della platea fanno girare tutti appena in tempo per scorgerlo avanzare tra il pubblico verso il palco, su cui sale con un balzo, prende in mano la chitarra che gli porgono, si avvicina al microfono e con un sorriso guarda tutti gridando “Ciao RRRRoma!!” e si lancia nella prima canzone, “So Far Gone”.

In una manciata di secondi mi ha conquistato, e il fragore di grida e applausi da ogni parte del pubblico mi ha fatto pensare che anche gli altri fossero rimasti piacevolmente sorpresi. Insomma, ci ha catturati tutti fin dall’inizio e non ci ha lasciato andare fino alla fine.. qualcuno è rimasto incantato anche dopo. Qualcuno che ha cantato a squarciagola le canzoni ritrovate nell’pod mentre guidava verso casa.

 Infaticabile e divertente, questo James Blunt, con la sua tuta grigia da astronauta, sulla quale ha prontamente scherzato dicendo: “vi sarete chiesti che cosa ci fa questo strano piccolo ometto inglese vestito così.. non siamo degli elettricisti o operai, siamo uomini dello spazio, e il nostro Moon Landing stasera sbarca qui da voi, dopo varie tappe in giro per il mondo… non siamo qui per aggiustarvi la macchina”.

Brillante anche quando per ogni nuova canzone cambia chitarra, che sia acustica, elettrica o quella piccola “che mi porto a letto ogni notte così mi fa sembrare più grosso… anche la band l’ho fatta sistemare distante da me e in alto, così in prospettiva sembrano piccoli!”. Trascinante sempre, mentre cammina da ogni parte del palco, incitando con le occhiate e con i gesti il pubblico, fissando lo sguardo direttamente su qualche gruppo che ha immancabilmente risposto con ardore, oppure facendo competere, in quanto a chiassose risposte, le due metà della platea, dirigendoci dal centro del palco. O quando è sceso all’improvviso a camminare tra gli spettatori  per stringere mani, o dare qualche “cinque” con molta enfasi. Ma trascinante soprattutto quando, poco oltre la metà del concerto, ha invitato tutti a mettersi in piedi e farsi avanti… cosa che prontamente quasi ognuno ha fatto: le persone serenamente si sono avvicinate al palco e per il resto della serata hanno ballato, talvolta sono tornati a sedersi, oppure hanno ripreso con ogni sorta di dispositivo non solo quello che succedeva sul palco ma anche tutto intorno, perché sono pochi gli show in cui si crea una tale atmosfera di spensierata partecipazione.

Infaticabile e divertente dunque, ma non solo: ci sono stati i momenti dove il ritmo ha rallentato per far posto a quelle ballad che hanno reso famoso il cantautore, che sempre con la chitarra in mano, o seduto al pianoforte (“adesso basta con tutte queste canzoni allegre”), ha intonato le note di alcuni successi conosciuti (Goodbye My Lover, ad esempio, gli ha procurato una standing ovation a quasi metà della serata, di quelle che in genere si hanno al momento del commiato) o di canzoni destinate a diventare colonne sonore di film non ancora usciti (Miss America, e sullo schermo alle spalle della band scorrevano immagini di Whitney Houston, per cui è composta, e poi Marilyn Monroe e altre donne iconiche).

Insomma un grande intrattenitore, ma anche sempre un ottimo cantante: la voce non vacilla mai, nonostante il ritmo sincopato della serata, anzi, con lo sguardo spiritato, sorriso onnipresente, l’aria di chi è compreso in maniera quasi ossessiva nella sua performance, qualche lacrima nei momenti più emozionanti (anche tra gli spettatori, e anche tra qualche uomo in completo), il sincero apprezzamento per un pubblico che anche quando sembrava avesse cominciato a piovere non si è mosso… James Blunt è stato in grado di entrare in contatto con le persone presenti fin dal primo istante, dirigendoci, “suonandoci” come corde di uno strumento, e all’unisono gli astanti rispondevano tutti alle incitazioni, cantavano con lui o per lui ogni canzone, gli gridavano (di nuovo, molti uomini che uno avrebbe supposto essere solo accompagnatori) complimenti e lui ringraziava immancabilmente, arrotolando con gusto difficilmente riscontrabile in tanti britannici la “r” di Roma. Alla fine, dopo un encore di tre canzoni, non potendo pretendere una standing ovation da chi ormai era in piedi a fare il tifo da quasi un’ora, è stato lui, con una mise appositamente scelta per le ultime tre canzoni, ovvero un’abbagliante tuta di lustrini, a salire in piedi sul pianoforte per salutare tutti.

E se davvero il metro di giudizio di un concerto riuscito è quello racchiuso nell’adagio “you’re only as good as your audience”, in questo plumbeo lunedì sera romano James Blunt, l’ uomo dello spazio dagli occhi glauchi, è stato bravissimo.

 

 

Scaletta

SO FAR GONE

BILLY

WISEMEN

HIGH

CARRY YOU HOME

SATELLITES

THESE ARE THE WORDS

POSTCARDS

MISS AMERICA

I’LL TAKE EVERYTHING

GOODBYE MY LOVER

COZ I LUV YOU

HEART TO HEART

SAME MISTAKE

YOU’RE BEAUTIFUL

SO LONG, JIMMY

—-

STAY THE NIGHT

BONFIRE HEART

1973

 

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