Home > Recensioni > James Chance & Terminal City: The Fix Is In

Manicomio jazz

James Chance, oltre ad assomigliare in modo spaventoso a Nick Cave – se non credete, guardate qui -, è anche un ottimo jazzista. Un rinomato sassofonista, per essere pitimini.
Nato nel Wisconsin nel lontano 1953, si attacca a un nuovo nome per dar vita a un esperimento di free jazz e stramberie che solo un musicista che se la tira un po’ può comprendere. O almeno, far finta di.

Non viene quindi innaturale aggrottare la fronte, guardarsi in giro perplessi e attoniti durante l’ascolto di queste sette tracce, una più assurda e apparentemente senza senso dell’altra.
Andando ad indagare bene, però, il capo del filo si trova, circondato di tanta perizia tecnica ed esperienza sul groppone di musicista che James si porta appresso.

Sax e trombe corali (sì, che non sono orge, ci raccomandiamo), liriche buttate fuori senza fronzoli ma spontaneità, campanule che si alternano alla batteria sofisticatamente gèz (tanto per variare la parola) e ritmi che intrippano – SE ci sono.
Qualche urlo in “The Street With No Name” e “The Fix Is In” contribuisce a dare quell’effetto retro scompigliato che piace ai giorni nostri.

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Contro

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