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James Ivory: Intrappolato tra due mondi

Pochi direbbero che James Francis Ivory sia nato a Berkley negli Stati Uniti, perché ci piacerebbe di più immaginarlo come discentente di qualche famiglia nobile inglese che tra i suoi antenati annovera ammiragli, lords e baroni. Eppure Ivory è figlio della città della contestazione sessantottina americana, e forse la rivoluzione culturare lo ha investito, anche se in modo molto diverso.
Fin da ragazzo è affascinato dalla cultura europea, si laurea nell’università dell’Oregon in archittetura e storia moderna. E non è un caso che come tesi della sua laurea specialistica in Cinema e Televisione (conseguita presso l’University of Southern California) porti un documentario su Venezia, città nobile e sofisticata, simbolo di quella eleganza europea classica che diverrà a breve la sua ossessione.

L’altra sua grande passione è l’India. L’amico di una vita e produttore di tutti i suoi film fino alla sua morte (avvenuta nel 2005), Ismail Merchant, lo farà rimanere ancorato per più di 30 anni a quell’antico mistero e quella sopraffina eleganza che solo la cultura indiana possiede.

Primo film prodotto dalla compagnia fondata nel 1961 con Merchant è “Il Capo Famiglia” (1963), storia completamente indiana (tratto da un racconto di Ruth Prawer Jhabvala adattato per il cinema dalla stessa autrice) ma che per la prima volta vuole essere un film dal linguaggio e dal messaggio universale. Ivory sarà uno dei primi che porterà il fascino dell’India a livello internazionale.
Con “The Dalhi Way” (1964), “Shakespeare Walla” (1965), “Il Guru” (1969), “Il racconto Di Bombay” (1970) e “Autobiografia Di Una Principessa” (1975, sempre da un racconto di Jhabvala) continua il suo omaggio all’India pur con qualche parentesi interessanti come “I Selvaggi” (1973) che racconta la straordinaria avventura de “La Tribù Del Fango” prima abitanti della foresta che escono dal loro habitat distratti dal mondo moderno e dal croquet per poi rientrarvi di nuovo come selvaggi.

Poi qualcosa cambia negli interessi di Ivory, l’India rimane sempre li con i suoi sapori, con i suoi colori, con i suoi odori ma ora ad Ivory preme raccontare un’altra civiltà magica, quella occidentale, prima con “Party Selvaggio” del 1975, poi con “Roseland” del 1977, che pur raccontando due storie molto diverse entrambi fanno leva su un impianto documentaristico molto simile.
Ma il decisivo passo che lo farà definitivamente avvicinare al cinema di stampo inglese-europeo sarà l’approccio ad uno dei più grandi autori dell’800, suo compatriota ma molto più europeo che americano (e forse non è un caso): Henry James. Dall’autore trascinerà sullo schermo due storie: “Gli Europei” (del 1979) e “I Bostoniani” (1984).
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“Quartet” (1981) in concorso a Cannes fa vincere la sua protagonista, la splendida Isabelle Adjani, e poi di nuovo in concorso nel 1983 con “Calore e Polvere” (ancora un racconto firmato Ruth Jhabvala). “Quartet” è un film abbastanza singolare rispetto alle sue opere precedenti: racconta il rapporto morboso tra una coppia sposata e una giovane donna rimasta sola. Il film comincia a mostrare i segni di un cambiamento profondo avvenuto nel suo stile: ad Ivory sembra quasi non interessare più raccontare storie per il loro realismo ma è più preoccupato di incorniciarle in un contorno dalle forme impeccabili.
“Camera Con Vista” (1985) e “Maurice” (1987) lo confermano: la messa in scena è la sua preoccupazione principale, il resto viene da se. Ma le storie, grazie all’appoggio solido della rappresentazione, riescono a comunicare la bellezza dei sentimenti e delle emozioni con dei risultati eccellenti.

Il decennio si apre con il tenero dramma “Mr. and Mrs. Bridge” dove Ivory dirige un Paul Newman in stato di grazia, e finalmente nel 1991 arriva il suo capolavoro: “Casa Howard”. È qui che esplode la bellezza del rapporto che Ivory ha con tutti gli elementi del suo Cinema, tutti i suoi amori e le sue passioni si mescolano per dare vita ad un film che non parla solo d’amore ma anche di quel disagio della società europea scioccamente ancorata a consuetudini con l’immancabile unione ad uno stile visivo perfetto.

Nel 1993 ritrova la coppia Hopkins-Thompson in “Quel Che Resta Del Giorno”. E poi con “Jefferson In Paris” (1995) e “Surviving Picasso” (1996, in cui offre un ritratto fedele del leggendario pittore-un altro “fissato” dalla forma) ripercorre il sentiero della sua espressività in bilico tra forma e storia, un equilibrio che forse non è più riuscito a trovare. Il decennio si chiude con “La Figlia Di Un Soldato Non Piange Mai” (1998). Tra gli ultimi lavori si ricordano “The Golden Bowl” (2001), “Le Divorce – Americane a Parigi” (2003), “La Contessa Bianca” (2005) e “Quella Sera Dorata” (2009).

Si possono pensare molte cose riguardo ad Ivory, che sia un noioso abitudinario: raramente cambia la squadra degli sceneggiatori, montatori, produttori, compositori e gli piace lavorare con gli stessi attori; un incurabile sentimentale vecchio stile; un “europeista” estremista, etc. Ma quello che si deve dire di Ivory è che sicuramente è un grande del suo genere e che molte delle storie che ha raccontato sono riuscite ad arrivare al cuore della gente, non tanto per quella ricerca della forma perfetta, quanto per la naturalezza e per la raffinetazza che l’ha sempre contraddistinto e che riesce a trasmettere nei suoi film. Anche se nato in America, anche se non diventerà mai un lord, è certamente il più inglese, il più europeo tra i registi contemporanei viventi.

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