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Jay

Il 13 gennaio scorso a Memphis si è spento nel sonno Jimmy Lee Lindsey, in arte Jay Reatard. Aveva 29 anni. Chiunque lo avesse amato, apprezzato o avesse semplicemente avuto modo di conoscerne la grandezza, non sarà nuovo alla notizia ed al compianto. A distanza di circa un mese, prendiamo qui un po’ di spazio non per imbastire un necrologio fuori tempo massimo, ma per trattare il personaggio come rubrica vuole: da “faccia nuova”. Spero che la triste ironia e l’inesattezza della premessa possano venir perdonate in virtù della bontà dell’intento: dare un ultimo sguardo alla luminosa carriera di un indimenticabile mito dell’underground e permettere a qualcuno di farne una tardiva conoscenza.

La bomba esplose a metà anni novanta, quando Jimmy, quindicenne di famiglia piuttosto povera, si chiuse in camera con un quattro tracce, una chitarra ed un drum set rudimentale e registrò un primo demo in cassetta. La registrazione cominciò a girare, si sparse la voce ed a breve gli Oblivians, uno dei più grandi gruppi blues punk di sempre, presero il giovanotto sotto la loro ala protettiva. Era il 1997 quando la Goner records di Eric Oblivian fece uscire il primo singolo di Jay, un disco tutt’oggi fresco e non datato, in cui tutte le correnti del punk di metà anni ’90 si fondono in un risultato che non è mera addizione di elementi ma realizzazione di qualcosa di nuovo. L’anno successivo i Reatards prendono una forma effettiva, con l’aggiunta di Ryan Wong e Steve Albundy a batteria e basso e rilasciano il primo LP, “Teenage Hate”. Furia da adolescenti in tempesta ormonale, urla sguaiate, live shows acrobatici e rumorosissimi, ma anche una vena compositiva unica che apre nuove strade per far uscire il 90s punk dalle paludi in cui rischiava di ristagnare: l’importanza dei Reatards nei confronti del rock n’roll degli anni 2000 è indicibile.

I Reatards rimarranno operativi fino al 2005-2006, rilasciando diversi LP e singoli ed acquisendo una forma sempre più definita. Parallelamente Jay però inizia a muoversi lungo strade differenti, dando vita ad un’innumerevole serie di progetti di successo da lasciare a bocca aperta: tra i più importanti sicuramente vi sono i Lost Sounds, il cui synth-punk ha fatto scuola. La furia dei primi Reatards qui è educata e trasformata in nervosismo elettronico: carisma ed idee di Jay si uniscono a quelle di Alicja Trout, regina del rock n’roll di Memphis.

L’enorme quantità di lavori di Jay sotto vari pseudonimi non permette una loro trattazione approfondita in un così breve spazio, ci limitiamo perciò a darne una lista rapida: Bad Times, con il grande King Louie ed Eric Oblivian; i Final Solutions, meraviglioso ed efficacissimo ensemble punk-wave; Angry Angles, altro eccezionale gruppo punk-wave messo su insieme ad Alix Brown dei Lids; Nervous Patterns, progetto elettro-synth-punk in collaborazione con Alicja dei Lost Sounds; Terror Visions, un progetto di synth-punk rabbiosissimo, forse tra i suoi risultati migliori e più sottovalutati; Destruction Unit, in cui collabora con Ryan Wong dei Reatards. Esaurire il novero delle collaborazioni in cabina di produzione e registrazione sarebbe lavoro ancora più lungo.

Dal 2005 Jay, sazio dell’innumerevole quantità di esperienze iniziò a dedicarsi principalmente a quello che diventerà uno dei suoi prodotti migliori, il “suo” album, “Blood Visions”, sotto il moniker Jay Reatard. Il lavoro uscì nel 2006 per l’In The Red Records. Il punk ’77 ed il punk “Reatards-style” sono riletti e rimasticati in una forma nuova, pregna di tutte le esperienze passate: il songwriting è superbo, l’aggressività dei suoni è combinata a perfezione con l’orecchiabilità delle canzoni. “Blood Visions” è sicuramente una delle migliori realizzazioni punk dell’intero decennio.
[PAGEBREAK] Jay intanto viene messo sotto contratto dalla Matador, grande label indipendente di New York, che gli consente di espandere la sua popolarità ad ambienti più ampi ed eterogenei. Il sound di Jay si smussa, la sua vena pop prende un risalto sempre maggiore nella grande quantità di singoli prodotti: questo cambio di rotta gli aliena le simpatie di parte di quel pubblico che lo aveva adorato in passato. La sua personalità vulcanica resta però sempre la stessa, quella di animale da palco, di personaggio rissoso e rabbioso ma comunque estremamente spontaneo e vicino alle proprie radici: una meravigliosa figura di anti-divo.

Nel 2009 e’ uscito “Watch Me Fall”, LP che si conferma, in riga con gli ultimi singoli, lavoro orecchiabile e profondamente pop: la qualità del disco è innegabile: seppure inferiore al precedente “Blood Visions”, “WMF” mette in mostra la consueta lucidissima abilità compositiva e un suono fresco e potente al tempo stesso. L’inattesa scomparsa di Jay lascia aperto l’interrogativo riguardo quali sarebbero state le prossime possibili evoluzioni musicali di una mente superiore consacrata all’underground. La sua morte precoce ed inattesa rende probabile la nascita di uno di quegli sgradevoli culti postumi, reso più fastidioso dal suo riguardare un personaggio tanto umano da rasentare l’assurdo. Sarebbe sufficiente e più decoroso seguire semplicemente la lezione che ha trasmesso attraverso le canzoni lasciate in tanti anni di attività, cercando di trarne un qualche insegnamento su come avvicinarsi alla musica, su come farla e su come amarla.

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