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Jean-Jacques Annaud presenta L’Ultimo Lupo

È stata una conferenza stampa profonda e ricca di aneddoti quella che si è tenutaa Roma per la presentazione di “L’ultimo lupo”, nuovo film di Jean-Jacques Annaud. Presenti con lui anche Donatella Bianchi, presidente del WWF, e Guglielmo Marchetti, presidente della Notorious Pictures, che per primo ha ringraziato i presenti ed il regista, il quale ha a sua volta risposto ben volentieri a tutte le domande, nella sua lingua ma a volte anche in un simpatico italiano.

In un’intervista ha affermato: “I produttori cinesi sono venuti a cercarmi”. Da “Sette anni in Tibet” a “L’Ultimo Lupo” cosa è successo?

J.J. Annaud: In effetti io avevo letto il romanzo e lo avevo trovato assolutamente straordinario e mi sono detto “È un vero peccato che io non possa andare in Cina per fare di questo romanzo un film». Qualche tempo dopo si sono presentati da me dei signori sorridenti che venivano da Pechino offrendomi di fare questo film. Io li ho ringraziati dicendo loro «Mi dispiace ma io non sono benvenuto nel vostro paese» e loro mi hanno risposto «La Cina è cambiata e noi abbiamo bisogno di lei perché non sappiamo come altro fare questo film. Sappiamo che lei ama le minoranze, sappiamo che ama il lupo, sicuramente amerà la Mongolia, e speriamo che ami anche noi», e io mi sono fidato.

Ogni volta che mi chiedevano come stessero andando le riprese, avevo l’accortezza di rispondere «Finora tutto straordinariamente bene», ero scaramantico perché temevo che qualcosa potesse cambiare. Invece non è cambiato nulla, ho avuto la libertà più assoluta: ho scelto io i luoghi, il cast, ho scritto io stesso la sceneggiatura, ho scelto le musiche, e nessuno è mai venuto a “controllarmi”. Un mese prima dell’uscita a Pechino ho ricevuto la visita del Ministro che mi ha detto «Non si preoccupi per i risultati al box office, perché a noi il film piace moltissimo».

Quanto ha influito la rivoluzione culturale sulla vita dei lupi e che cosa è stato peggio per la loro vita, i cacciatori, la stessa rivoluzione o “gli uomini che si innamorano dei lupetti”?

La rivoluzione culturale in Cina ha generato una tale fame in tutto il Paese che l’ansia era quella di trasformare tutti i terreni in colture e renderli agricoli, compresa la Mongolia, il che era impossibile per l’elevato numero di lupi, e dunque in Cina è stato fatto esattamente quello che è stato fatto in Francia, cioè il governo ha istituito un corpo militare dedicato allo sterminio dei lupi. Uno dei motivi che mi ha fatto amare il romanzo da cui è tratto il film è l’universalità del tema, proprio in questo senso, i problemi che si sono manifestati in Cina negli anni ’60 sono stati identici a quelli che abbiamo riscontrato noi in Francia o che sono avvenuti in Australia o in Canada. Il mio interesse nel fare questo film era nel mostrare che la  storia, per quanto ambientata in Mongolia, in realtà riflette tante situazioni di altri paesi.

I suoi film sono sempre girati all’esterno: da dove nasce questo suo amore per la natura, per le storie non comuni e per le storie che legano uomini e animali?

È il terzo film che faccio con animali ma ho lavorato anche con attori, donne, star hollywoodiane… Il mio amore per la natura è qualcosa che ho sviluppato fin da piccolo, ricordo quanto ero felice di trascorrere del tempo nel giardino di casa e quanto mi piaceva nelle vacanze estive poter andare in campagna o al mare, mi piaceva sentire gli elementi, la tempesta, il vento, la neve. Quindi quando sono alla ricerca di un soggetto per un film, istintivamente sono spesso attratto da storie ambientate in luoghi remoti e solitari, o luoghi che mi fanno sognare, sperando di far sognare il pubblico insieme a me.

La vita è fatta tante volte di azzardi e casualità, io ho scoperto il mondo animale esattamente come il protagonista di “L’ultimo lupo”. Nello stesso anno in cui questo giovane veniva mandato in Mongolia, io venivo mandato in Africa e lì mi sono innamorato e ho scoperto l’universalità dell’umanità e quindi la somiglianza tra l’animale e l’uomo, e l’ho scoperto ancora di più quando ho girato “L’Orso” perché in fondo ho capito che io sono un animale, vestito, ma un animale, perché le cose essenziali della vita le condividiamo con il mondo animale: l’istinto, la pulsione d’amore, il dominio. Ho sperato, attraverso i film sugli animali, di rendere migliore l’uomo.

Nei tre film in cui lei traccia dei rapporti tra l’uomo e la natura animale, sembra possibile cogliere un’evoluzione: in “L’orso” adotta la soggettiva dell’animale, in “I due fratelli” analizza il male che l’uomo fa agli animali, nel terzo lo sguardo si allarga all’uomo che sta distruggendo la natura. 

Nel primo film ho preso il rischio di raccontare la storia dal punto di vista dell’animale, nel secondo non volevo ripetermi quindi mi sono dato la possibilità di adottare un altro punto di vista; qui la mia intenzione è stata quella di rispettare le emozioni forti che mi aveva suscitato la lettura del romanzo e di rispettarlo a più livelli, innanzitutto cercando di trasmettere quel senso di calore, quell’emotività che prova il giovane protagonista, l’affetto che sviluppa nei confronti di questi animali, e poi avvicinandomi il più possibile ai lupi nel cercare di far comprendere le loro ragioni e nel tentare di far sì che il pubblico arrivi in qualche modo ad amare questi animali, che sono sempre stati nemici per tutti i popoli della terra. Sono stato felice quando l’autore del romanzo, che è diventato un amico, mi ha detto «La cosa che mi farebbe più felice sarebbe che il pubblico, grazie al film, arrivasse a comprendere meglio il punto di vista dei lupi», e io ho cercato di fare questo mostrandoli nel loro ambiente, cercando di mostrarne l’anima in modo che potesse diventare più evidente la loro specificità e soprattutto il bisogno della loro presenza nella catena ambientale, in particolare in una terra come la Mongolia dove, da quando i lupi sono stati sterminati, si sono sviluppati i ratti, che di fatto strappano l’erba e quindi questa immensa terra da pascolo si sta trasformando in una distesa di dune.

Cosa può fare il cinema nei confronti dell’ambiente minacciato?

Il cinema ha la forza della persuasione, ogni civiltà occidentale è stata influenzata dal pensiero anglosassone e questa influenza così forte è avvenuta grazie al cinema, quindi può anche aiutare a cambiare questo nostro mondo, ma è anche chiaro che un film non è sufficiente.

D. Bianchi: Noi del WWF siamo rimasti conquistati da quella che è una grande operazione culturale, quello che può fare un prodotto di cinema d’autore come questo, vale più di decine di campagne, in un luogo come l’Italia che tristemente torna a fare i conti con numeri inquietanti. Se negli anni ’70 i lupi nel nostro Paese erano poco più di un centinaio, oggi i numeri non sono così precisi ma si aggirano sui 1300 o forse di più, ma oggi il 20% di questi numeri viene abbattuto, sono centinaia i lupi che ogni anno vengono uccisi. Ho colto nelle parole di Annaud questa connessione: noi siamo i lupi. Noi dobbiamo vivere in empatia con questo pianeta. La mancanza di alcuni elementi come il lupo nel nostro ambiente genera degli squilibri che noi non siamo più in grado di permetterci. Un film come questo avvicina un pubblico eterogeneo a un problema e lo fa nella maniera più bella, raccontando quello che realmente è il lupo, smontando quei falsi pregiudizi, superando le favole dei lupi cattivi.

Oltre al libro ha lavorato anche sull’aspetto delle leggende legate al lupo? 

Quello che ho fatto è stato rileggere innanzi tutto dei testi scientifici per la maggior parte redatti dai difensori di queste specie animali per cercare di capire a livello teorico le loro specificità, le differenze rispetto ad altri mammiferi. Poi ho incontrato i due accademici che hanno maggiormente studiato quella che è la sottospecie del lupo della Mongolia. Per quanto riguarda le tradizioni mi sono concentrato in particolare sulle tradizioni dell’ambiente cinese e della popolazioni della Mongolia. I cinesi hanno una prospettiva da agricoltori, mentre i mongoli avevano l’atteggiamento del popolo nomade, quindi due popolazioni con due concetti del territorio completamente diversi. I nomadi, finché sono stati tali, hanno in qualche modo considerato i lupi come una tassa necessaria da pagare, perché in fondo erano i lupi a gestire e a ripulire la steppa, per fare in modo che continuasse ad essere vitale, ma da quando sono diventati sedentari hanno iniziato ad uccidere anche loro i lupi. Oggi in Mongolia, dove tornerò tra qualche giorno, c’è una controversia, perché i giovani dicono di non amare i lupi e hanno adottato un punto di vista molto diverso rispetto ai loro nonni, che addirittura offrivano i loro corpi ai lupi dopo la morte, convinti che ciò avrebbe consentito alla loro anima di trovare pace.

Come mai la scelta del 3D?

Quando ho fatto il primo film in 3D ho avuto modo di capire i pro e i contro di questa tecnica. I vantaggi erano nel riuscire a cogliere con prossimità molto elevata le scene di intimità con la possibilità di sentirsi ancora più vicini al soggetto, il pericolo è quello di utilizzarlo solo per effetti speciali potenziati, ed è questo che mi ha fatto rifiutare a lungo l’utilizzo di questa tecnologia. Qui invece l’ho ripresa proprio per riuscire ad avvicinare lo spettatore sempre di più allo spazio dei cuccioli e dei lupi. Ho girato un terzo del film con camere in 3D, in particolare tutte le scene con i cuccioli, è stato impossibile invece farlo con i lupi adulti, non soltanto per un problema di vicinanza, ma anche perché con lo specchio montato sulle camere 3D terrorizzavo i lupi che vedevano un’immagine di altri simili riflesse; le scene con i lupi adulti quindi sono state girate tutte in 2D e poi ridimensionate, inquadratura per inquadratura, da un’equipe di 2000 persone.

Avete addestrato e vissuto con questi lupi ma chi ha imparato da chi?

Sono io che ho imparato dai lupi ovviamente! Osservando in particolare il funzionamento della loro società. Il capo branco in un certo momento è stato detronizzato ed è stato il fratello stupido a prendere il suo posto sentendosi molto forte. Quel giorno il capo branco doveva fare le prove per infilarsi in una galleria, a quel punto il nuovo “re” non sapeva bene cosa fare e tutti gli altri iniziavano quasi a sogghignare, in particolare due lupi giovani volevano mostrargli come fare; dopo mezz’ora il lupo è riuscito a passare nella galleria, ne è uscito fiero con la coda alzata e tutti i lupi improvvisamente si sono inchinati come dei veri cortigiani. Questa scena mi è sembrato di averla già vista, in particolare all’Eliseo.

Ha sentito la responsabilità di portare sullo schermo un romanzo che ha avuto tanto successo? Qual è stata l’accoglienza in Cina in questo mese? 

Ho avuto già quest’esperienza in Italia con “Il nome della rosa” per il quale ho avuto delle critiche abominevoli, solo una forse accettabile! In tutto questo però ho avuto sempre il sostegno morale di Umberto Eco, ma questo è un rischio che ogni cineasta si prende nel momento in cui decide di adattare un’opera letteraria. Invece quello che giustamente continuava a ripetere Umberto era che “E’ il mio libro ma sarà il tuo film”. Per questo film ho avuto la migliore critica e recensione da parte dell’autore del romanzo che ha approvato le mie scelte. L’accoglienza del film in Cina è stata assolutamente magnifica, il primo giorno un milione di spettatori e ora siamo intorno ai 20 milioni.

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