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  • Jeffrey Lewis: A Turn In The Dream-Songs

    Jeffrey Lewis

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Lo struggente mestiere del recensore

Nel corso della sua storia, Jeffrey Lewis – l’esponente dell’antifolk newyorkese più duraturo e più amato da (me) – è sempre riuscito a mantenere un costante standard di miglioramento di album in album, culminando nel 2009 con “‘Em Are I”, disco che aveva firmato insieme a una delle sue formazioni di band arbitrarie, Jeffrey Lewis & The Junkyard.

Ma soffermiamoci sul presente. Potrebbe, “A Turn In The Dream-Songs”, essere il primo passo indietro di Jeff Lewis?

Gli ingredienti sono quelli cui siamo abituati: voce e chitarra, punteggiati di altri elementi tendenzialmente lo-fi e composizioni strumentali sul crinale dello psichedelico, e in primo ruolo i testi – va da sé – divertentissimi, acuti, surreali, apprezzabilmente autocommiseranti.

Il fatto è che Jeff Lewis ha impiegato i soliti elementi per un album un po’ troppo naïf per essere intelligente (si ascolti la pur ottima “Time Trades”).
Lati positivi: il livello è comunque alto; nel disco compare Nan Turner degli Schwervon!; una delle tracce è una ballata Incantevole; i temi sono i soliti:
1) l’inesorabilità del tempo
2) il venire a patti con l’essere un artista di nicchia
3) ammazzare zanzare
4) ever tried?, ever failed?, fail better
5) venire a patti con l’invecchiare
6) potenziali suicidi
7) altro

Ahimè, il risultato d’insieme è malinconico, buono, ma di certo non un crescendo. Spiace? Spiace da strapparsi la faccia. Comunque non è che il mondo finisca. C’è ancora il 2012.

Pro

Contro

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