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Jeffrey Lewis & The Junkyard: ‘Em Are He

David Beauchamp e Jack Lewis, rispettivamente batterista e polistrumentista-fratello di Jeffrey Lewis, cercano di venire a patti con la stanchezza del tour dietro alle quinte mentre il loro frontman è sul palco a sistemare il proiettore, e mentre la Sala Vanni comincia a riempirsi. In questa ennesima incarnazione, la band si chiama Jeffrey Lewis & The Junkyard, con grande plauso di Beauchamp e del Lewis più piccolo per essere ritenuti “l’immondezzaio”.
Ci si incontra a pochi minuti dallo show, tra grandi sorrisi e nessun nervosismo da pre-concerto. Nel corso dell’intervista, Jack Lewis ride sotto i baffi nel far sembrare suo fratello un maniaco del controllo.

Come sta andando questo tour per ora? Procede bene, parallelamente alle esposizioni d’arte?
David Beauchamp: Il tour procede bene e quella dell’Italia è stata una vera sorpresa. È la prima volta che veniamo qui senza essere un gruppo spalla, siamo stati accolti bene e il pubblico ha apprezzato. Non so come siano stati pubblicizzati gli eventi, però ha funzionato abbastanza.
Jack Lewis: Io avevo fatto esposizioni in passato, e Jeff aveva fatto esposizioni in passato: è la prima volta che ci troviamo a farle insieme.

Come funziona il processo di scrittura insieme a tuo fratello?

J.L.: Litighiamo parecchio. Abbiamo uno di quei rapporti che si dicono disfunzionali, no? Per caso hai fratelli o sorelle?


J.L.: Quindi avrai un’idea precisa di come vanno i rapporti tra fratelli.

Sì.
J.L.: immagina che tuo fratello sia anche il tuo capo.

Parlami della canzone che hai scritto tu per il nuovo album, “The Upside-down Cross”. Come è andata in quel caso?
J.L.: Io avevo scritto la linea di basso e un testo, e Jeff leggendolo ha pensato fosse molto stupido. Poi se ne è venuto fuori con un feedback di chitarra che a me non piaceva, e oltretutto non volevo che il pezzo fosse così lungo. Negli ultimi due anni avremo registrato una ventina di canzoni, lui ne ha scelte 4 o 5 per l’album, quindi “‘Em Are I” è una miscela di pezzi nuovi e vecchi.
D.B.: Sì, con le canzoni che ci rimangono potremmo fare tre nuovi album.
J.L.: Quando si tratta di queste cose, Jeff è molto esigente. Vuole che tutto quello che fa uscire su album sia perfetto, probabilmente perché, più attenzione riceve dal pubblico, più pressioni sente. Quando ha iniziato, intorno al 1998, con le prime registrazioni, si sentiva molto più libero. Ora il processo si è complicato.

E quanto è cambiato il live? Vi rimane un po’ della libertà iniziale dal vivo? Quanto riuscite a improvvisare?
D.B.: Non molto in verità.
J.L.: È complicato anche in quel caso perché non facciamo delle prove, perciò è un processo meno creativo: non ci prepariamo una scaletta per ogni serata. Ci piacerebbe avere un po’ più di jam nei nostri pezzi. È difficile a volte perché suoniamo molti di quei pezzi nuovi che il pubblico non conosce, perciò non si sa mai che reazione avrà.

Cercate mai di ammutinarvi o sabotarvi a vicenda dal vivo?
D.B.: Avviene veramente un sacco di sabotaggio e autosabotaggio sul palco.
J.L.: Soprattutto autosabotaggio di Jeff nei confronti di se stesso. Vedrai, poi, cosa fa con quel feedback.

Etichettare è stupido, quindi perdonate la domanda, ma è vero ciò che dicono sulla scena anti-folk, sul fatto che si sia spostata dagli Stati Uniti all’Inghilterra, o all’Europa in generale?
J.L.: È un mito misterioso, quello della scena anti-folk. In verità si tratta soltanto di un locale e di un gruppo di persone che suona in quel locale. Però è vero che funziona meglio in Europa. In America è più difficile, mentre abbiamo un buon successo in Inghilterra. Probabilmente qui siamo più esotici e quindi piacciamo di più. Questo tour ci è stato proposto dal nuovo manager (di solito ci muoviamo autogestendoci). Quando abbiamo cominciato a muoverci in tour, nel 2002, eravamo molto curiosi di venire da queste parti, ma la scena indie rock in Italia e in Spagna è molto diversa da quella di Paesi come l’Inghilterra, la Francia, o anche la Germania, dove ci siamo ritagliati i nostri spazi. Però a quanto pare sta andando bene anche qui.
E questo sembrerebbe essere il luogo più antico in cui abbiamo mai suonato. Anche se voi ne vedrete tutti i giorni, di cose così.

Ma di concerti così, di certo non tutti i giorni. Anche in Italia sarà un successo.

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