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Jennifer Gentle: La strega dei Floyd

Abbiamo avuto il piacere di chiaccherare con Marco Fasolo, anima e corpo dei Jennifer Gentle, unica band italiana ad essere stata messa sotto contratto da Sub Pop, la mitica etichetta di Seattle. Marco ci racconta le avventure, il tour in Cina, il contratto e il futuro di una band che tutto è meno che banale.

Da dove arriva il nome Jennifer Gentle?
Arriva da una canzone di Gigi D’Alessio, come tutti sanno, in cui lui finge di essere Syd Barrett. Scherzi a parte, arriva da “Lucifer Sam”. Stavo col primo batterista che era appena andato a fare il contrario di “militare”, ovvero il servizio civile. Mentre faceva l’anti-militare andavo spesso a trovarlo e una volta ci siamo messi a leggere dei testi di Barrett. Quando siamo incappati nel nome Jennifer Gentle ho pensato che fosse bello il contrasto uomo-donna, cioè un gruppo di uomini con un nome femminile. Inoltre Jennifer Gentle è una strega e noi amiamo l’immaginario esoterico. Ho pensato subito che fosse una figata usare questo nome. L’unico rischio era legato al fatto che all’epoca l’immaginario della band non era ancora riconoscibile immediatamente, quindi in base al nome la gente poteva pensare che fossimo solo un gruppo revival psichedelico, un qualsiasi tributo ai Floyd. Invece più il gruppo va avanti più trovo che la scelta sia stata azzeccata.

Parlaci del contratto con Sub Pop.
Noi ci siamo sempre autoprodotti fino all’EP con Makoto Kawabata degli Acid Mothers Temple. Dopo di ciò il nostro manager dell’epoca ha trovato un’etichetta australiana, la Lexicon Devil disposta a ristampare i primi due album, ricavandone un doppio con un nuovo artwork. Avendo loro distribuito molto bene, soprattutto in America, dopo poco tempo un A&R della Sub Pop ha trovato per caso il nostro disco in un negozio, l’ha comprato, incuriosito dalla copertina e dall’origine della band, e gli è piaciuto.
Lui avrebbe collaborato con noi fin da subito ma abbiamo dovuto aspettare l’ok da Sub Pop perché era periodo di ferie e nessuno era reperibile. Siamo stati sulle spine per un pò.
Ci disse che dopo l’estate avrebbe proposto i Jennifer Gentle come possibile nuovo contratto. Alla fine dopo nemmeno un mese abbiamo firmato.
In quel periodo stavo già lavorando a “Valende” come terza autoproduzione come se nulla fosse. Ho accelerato i tempi e ho mandato a Sub pop dei provini giusto per dare l’idea di ciò che avevo per le mani, anche se in Sub Pop avevano già deciso. Ci spedirono il contratto ancora prima di ricevere il nuovo materiale.
Siamo l’unica band Italiana sotto Sub Pop e la prima europea, perché fino ad allora i gruppi del roster erano sempre stati tutti statunitensi. Ovviamente uscire per loro ci ha anche aperto le porte per l’estero.

Ma quindi “Valende” è uscito nel 2006? E poi cosa avete fatto?
No, “Valende” è stato registrato nel 2004 ed è uscito a gennaio 2005. Quattro mesi di promozione ed è uscito. A marzo 2005 siamo poi partiti con un tour di un mese e mezzo in America. Verso gennaio 2006 abbiamo fatto un tour in Spagna e abbiamo iniziato a lavorare a “The Midnight Room”. Poi di nuovo tour in America e Inghilterra. È a questo punto che ha iniziato a muoversi il tutto.

Com’è andato il tour in Cina?
È stato indipendente da Sub Pop. In Cina hanno fatto un concorso in cui i partecipanti avrebbero dovuto girare uno spot sulla sensibilizzazione all’uso del preservativo.
Nonostante i molti partecipanti, ha vinto il fratello del nostro manager che ha montato “Do I Dream You”, dall’album “Valende”.
Lo spot è andato in onda quasi sedici volte al giorno per mesi sulla principale emittente cinese, una sorta di Rai asiatica. Grazie a questo siamo riusciti ad ottenere sponsor come Max Mara, Sub Pop e altri enti a scopo umanitario. Da lì siamo partiti per due tour di due settimane in Cina, tutto spesato.

Com’è la Cina?
Un altro mondo! Nel primo tour abbiamo esplorato la parte centro-meridionale, che è la zona un po’ più povera e meno occidentalizzata rispetto a Shanghai e Pechino. Ci guardavano come se fossimo degli alieni!
Invece a nord sono già più smaliziati. Pensa: se non ci avessero cancellato la data, avremmo suonato nello stesso locale in cui poco prima erano saliti sul palco i Sonic Youth.
Abbiamo anche suonato in un auditorium di un istituto d’arte, un teatro da 400 posti a sedere dove in realtà c’erano più di 1000 persone una sopra all’altra, tutte schiacciate. È stata un’esperienza folle e bellissima, la rifarei subito.

Oltre alla Cina, qual è stata la vostra esperienza più bella?
Non posso sceglierne una perché è la somma di tutto che fa veramente la differenza. Ci sono stati momenti bellissimi, come quando abbiamo potuto vedere il Gran Canyon durante un day-off. Tutta la storia del gruppo finora è stata degna di essere vissuta e raccontata; so che sembra un po’ smorfiosa come affermazione, ma abbiamo fatto davvero tante esperienze. A volte, se ci penso, stento ancora a crederci.
[PAGEBREAK] Sei di Milano?
No, io sono di Padova e Viviano è di Trieste. Poi ci sono…io…ancora di Padova e…Viviano…ancora di Trieste…ehm, scusa, ero abituato a contare cinque persone, ma in realtà siamo rimasti in due!

Perché?
Ho fatto in modo che rimanessimo in due. So che è brutto ma le persone che non vanno bene vanno mandate via. Io ho fondato il gruppo, scrivo i pezzi, i testi e produco gli album sia artisticamente che esecutivamente. Inoltre ho lo studio di mia proprietà e se qualcuno mi viene a dire cosa devo fare lo mando a stendere. Le persone che stanno con me devono stare alle mie regole. E poi ci vuole la “stoffa” per fare questo mestiere, e se una persona non ce l’ha, non ce l’ha! Punto. Ecco perché siamo in due.

Come si sta in due?
Meno stretti in tutti i sensi. Viviano suona con me ormai da cinque anni e siamo molto legati.

Dal 1999, anno di formazione della band, a oggi hai fatto una strage di musicisti?
In realtà si sono fatti una strage. Molta gente ha scelto di andare via. Quelli dell’ultima formazione non l’hanno scelto, ma gli altri, fino a “Valende” compreso, sì. Se suoni con un chirurgo, alla fine, sono cose vengono da sole. Anche se era uno preciso, direi chirurgico!

Obiettivi per il futuro?
Lavorare al nuovo disco e battere chiodo in Inghilterra perché finora è stato il miglior pubblico per noi. Ogni volta che suoniamo a Londra è una festa. Ci saranno delle date a breve in Inghilterra e alcune novità che non posso ancora rivelare.
Durante il periodo di lavoro al nuovo disco faremo concerti solo nel caso in cui ne valga veramente la pena. Per esempio, se mi proponessero ora un tour di un mese chiederei di posticiparlo, ma solo perché ho bisogno di calma e dedizione per concentrarmi sull’album. Le idee che ho vanno sviluppate e per farlo servono continuità e libertà assolute. L’obiettivo è di concludere il tutto entro l’estate e quindi avere i pezzi nuovi già pronti per maggio. Ne sarei soddisfatto.

Parlami dei testi.
È difficile parlare dei testi. C’è stata un’evoluzione dall’inizio ad oggi perché agli inizi era il lato del progetto che mi interessava meno. Mi concentravo quasi esclusivamente sulla linea vocale e devo ammettere che questa abitudine mi è un po’ rimasta. Ora però riesco a sfruttare al meglio il potenziale dell’immaginazione e quello della fonetica con le sue peculiarità “evocative”. Di solito registro i provini blaterando in un simil-english, poi uso le parole che hanno quel suono e che messe in quello stesso ordine abbiano un qualche significato.
Approfondendo questa tecnica sono arrivato ad una buona commistione tra sonorità e significato, scoprendo che il testo è in realtà un vero e proprio valore aggiunto per la canzone.

Quali sono i primi testi di cui ti puoi ritenere soddisfatto?
I primi testi che mi hanno soddisfatto appieno sono quelli di “Valende”.

Avete delle tematiche ricorrenti?
No, lungi da me. Non mi interessa veicolare messaggi particolari. L’importante è evocare delle atmosfere, riuscire a portare la musica dove deve andare e aiutare il cervello nella ricezione del messaggio. Le parole in questo hanno un ruolo chiave. Raccontare storie come “mi sono innamorato di quella” o “ho comprato un paio di scarpe” non mi interessa.

Cosa pensi prima di salire sul palco?
Penso a divertirmi e spero che ci sia gente! Ho speranza per gli stupidi.

Perché speranza per gli stupidi?
Perché bisogna darsi da fare e provarci fino in fondo. Non è dicendo “spero” che le cose arrivano. Quindi stasera mi divertirò.

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