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Lo scherzetto di Jenny

“Jenny’s Joke” sono undici brani che affondano le proprie radici rock nell’effettistica, nella distorisione dei suoni e nell’incursione del noise, trovando riferimenti anche in gruppi quali Deus, Radiohead e Pink Floyd. Undici canzoni intense, capaci di intrigare, ma.

C’è sempre un ma. Come, ad esempio, il divario tra basi e voce: ben suonate e ben arrangiate le prime e scarsamente curata la seconda, che risulta anche sfavorita da uno sgradevole accento italiano onnipresente. Come il sospetto, poi, che le idee su cui si basa il disco siano enumerabili sulla punta delle dita di mezza mano. Ritornando però alle undici canzoni intense e capaci di intrigare, non possiamo negare che “Jenny’s Joke” sia fatto anche di momenti riusciti. Dove le idee sembrano assumere una forma più definita. Come “Slow Purple Dance”, “Lunar” o “Puddles”.

Se i ma ci sono serviti soprattutto per notare come il passo per convincerci fino in fondo non sia poi così lungo da compiere, aggiungiamo che con qualche ritocco al trucco, la Signora sarà pronta per il prossimo appuntamento.

È successo di nuovo. Ancora una volta ti ritrovi a pensare: cribbio, perché tutti si ostinano a cantare in inglese anche quando è fuori dalle proprie possibilità? Va bene, l’italiano è provinciale. Certo una frase come “don’t lay your head on my shoulder ‘cos I might kiss you” suona meglio che non “non appoggiare la tua testa alla mia spalla perché potrei baciarti”. O forse no. O forse non c’entra la lingua in cui si canta, ma è la capacità di saper trasmettere, sono i colori che la tua voce riesce a comunicare che fanno la differenza. È la convinzione che si perde davanti a un microfono, a farci sperare che arrivi sempre qualcosa di più.

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