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  • Jerry Cantrell: Degradation Trip

    Jerry Cantrell

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Alice non abita più qui

È davvero triste approcciare questo secondo parto solistico di Jerry Cantrell a poche settimane dalla tragica scomparsa di Layne Staley, che ha privato il mondo della musica di un grande artista e contemporaneamente ponendo fine a qualsiasi speranza di un ritorno sulle scene di quella creatura splendidamente sofferta che erano gli ALICE IN CHAINS. Comunque, fiumi di parole sono già stati spesi in memoria di Staley, e se le regole dello show business hanno un qualche senso, lo spettacolo deve continuare. Uno spettacolo che in questo momento si chiama “Degradation Trip” e che va in scena sotto forma di 14 brani in cui il fantasma di Alice compare più frequentemente di quanto non fosse prevedibile. Cantrell, affiancato da una sezione ritmica presa di peso dalla band di Ozzy Osbourne (Mike Bordin dietro ai tamburi, e Robert Trujillo al basso) consegna alle stampe un album maturo, ispirato ed ancora una volta sofferto, introspettivo ma devastante allo stesso tempo, una sorta di catarsi artistica che rende “Degradation Trip” un vero e proprio viaggio emotivo, per un disco più da vivere e “sentire” che non, più banalmente, da ascoltare. L’album si apre con gli echi staleyani di “Psychotic Break”, e quando il testo recita “… Thinking about my dead friends whose voices ring on”, il pezzo arriva ad assumere, seppur involontariamente, un significato che va ben oltre rispetto a quello che forse poteva stare alla base della composizione. È ancora l’esile ectoplasma di Staley ad apparire diafano tra le righe della successiva “Bargain Basement Howard Hughes”, preludio a quello che è stato designato quale primo singolo tratto dall’album: si tratta della struggente “Anger Rising”, una canzone che non avrebbe stonato su “Dirt”. Ciò che colpisce maggiormente di questo disco è la splendida performance vocale di Cantrell: oltre ad essere un eccellente chitarrista, il ragazzo dimostra non comuni doti anche quando in mano regge un microfono. Grandissimo il ritornello che caratterizza “Angel Eyes”, mentre “Solitude” si rivela autoesplicativa fin dal titolo. La tossicodipendenza è l’argomento su cui si basa “Mother Spinning In Her Grave”, che precede la pesante lentezza di “Hellbound”. Brani d’effetto come “Give It A Name” e “She Was My Girl”, probabilmente le tracce dal taglio più positivo tra le quattordici di cui si compone l’album, si alternano a pezzi decisamente più pregnanti come “Chemical Tribe” e “Spiderbite”. La vagamente blueseggiante “Gone” chiude un disco che, a mio modestissimo parere, si posiziona tra le cose migliori partorite in questo 2002. Da avere a tutti i costi, sperando di poter presto gustare l’amaro sapore della disperazione che trasuda dai solchi di “Degradation Trip” anche in una dimensione live.

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