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Jesse Harris: Feel – direttamente from Brazil

Uno stacco deciso, netto e consapevole. Jesse Harris naviga verso sud, verso quella parte dell’America che ha ancora molto da dire. E lo fa attraverso un album dal mood completamente diverso: “Feel”, un nome che, di per sé, evoca sentimento, passione, tatto, cuore. Si parla di raggae, di ritmi brasiliani, di notti a Rio e di percussionisti con una marcia in più. Jesse ha alle spalle una carriera brillante e varia: dagli album coi Ferdinandos, alle collaborazioni con alcuni dei più grandi artisti internazionali fino a “The Hottest State”, soundtrack superba e dal sapore strumentale. E l’ultimo lavoro, di certo, lo rende più completo.

Ciao Jesse, ho ascoltato il tuo nuovo album, “Feel”. Raccontaci com’è nato.
Be’, l’input ce l’ha dato il percussionista brasiliano Mauro Refosco, che ha suonato con noi nell’album. Questa idea ci ha portato a registrare in Brasile. Esperienza stupenda che mi ha dato tanto, soprattutto a livello umano, ma il problema che ne derivava era legato allo stare uno o anche due mesi a Rio, dove registravamo e dove non conoscevamo nessuno. Inoltre, il lavoro in Brasile andava avanti a rilento rispetto a quello che si svolgeva nell’altro studio a New York. Nonostante ciò, lavorare con la sezione ritmica costituita da Andrew Borger alla batteria e Tim Luntzel al basso è stato grandioso e di gran lunga meglio rispetto alla session newyorkese.

Le canzoni del tuo album hanno tutte un filo conduttore, ma qual è quella che più si differenzia dalle altre?
Direi l’ultima, “Fire On The Ocean”: è una canzone inusuale, me ne rendo conto, ma è nata spontaneamente buttando giù una linea molto essenziale di ritmica e chitarra e non da un progetto o un’intenzione iniziale cui dar vita. È spudoratamente reggae e la linea melodica di base è nata in maniera del tutto spontanea. Alla fine, ho deciso di lasciarla sobria, perché non è stato facile abbinarle la parte cantata: scrivevo, cancellavo e riscrivevo in continuazione.

Qual è la principale differenza tra “Feel” e gli altri precedenti lavori?
Innanzitutto il gruppo: i primi 5 album sono nati con i Ferdinandos, mentre il sesto senza loro è stato un lavoro del tutto diverso. I miei precedenti album sono principalmente votati ad atmosfere piuttosto tristi e malinconiche, dove a primeggiare è la chitarra. Sì, “Feel” prende le distanze tra tutti i precedenti dischi, proprio per il suo sound decisamente più votato alla ritmica.

E qual è il sentimento che lo caratterizza?
Credo che il sentimento che si porti appresso sia un sentimento di felicità.

E perché questo cambio di direzione?
Credo dipenda dal mio umore, dai periodi della vita che attraverso. Questo, senza dubbio, è un buon periodo per me.

Com’è stata la tua collaborazione con Norah Jones?
Suonare con lei e scrivere per lei sono state esperienze indimenticabili, soprattutto importanti dal punto di vista della mia formazione. È molto bello lavorarci insieme: è una grande artista, per me, e so che lei ama cantare le mie canzoni. E nel frattempo è diventata un’ottima songwriter, probabilmente non ha più bisogno di me! (ride).

Pensi di collaborare ancora con lei nel futuro?
Non lo so, ma sono sicuro che faremo di nuovo qualcosa insieme, sebbene ognuno abbia ormai preso la sua strada: per quanto mi riguarda, è appena uscito “Feel”, ma a breve ho intenzione di dar vita a un nuovo lavoro ancora. E così via.

Qual è la collaborazione artistica che più ti ha segnato?
Ce ne sono davvero molte. In generale, posso dire di essere stato fortunato ad aver suonato con tanti grandi musicisti e collaborato con altrettanti artisti importanti. Tony Sher, Kenny Wallace, Mauro Refosco sono sicuramente le collaborazioni che mi porto nel cuore. Quelle, cioè, con i musicisti che più mi stanno vicino.

Alcuni anni fa hai collaborato con i Bright Eyes per realizzare con loro due album. Com’è stata l’esperienza con Conor Oberst?
Conor è uno dei più giovani e talentuosi songwriter. È una persona con molte ispirazioni, molta genialità. Ti lascia molto spazio sia nelle canzoni che sul palco. È coraggioso e brillante. È davvero fantastico lavorare con lui e altrettanto è stato dar vita ai nostri due dischi. Tutti quelli che conoscono Conor lo amano.

Se dovessi consigliare un loro disco?
“I’m wide awake, it’s morning”, molto melodico e molto folk.

La chitarra è il primo strumento che hai iniziato a suonare?
A dir la verità mi sono avvicinato alla musica suonando il piano. La chitarra è uno strumento che è arrivato dopo.
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E come è avvenuto l’approccio con questo strumento?
I miei sono divorziati e mia madre andò in California per diversi anni. Un giorno arrivò con una chitarra. Ma passarono diversi anni prima che iniziassi a suonarla.

E qual è stata la molla che ti ha spinto a suonarla?
Il motivo per cui incominciai era semplicemente perché volevo suonare classici di Bob Dylan e Neil Young. Mi ero comprato dei canzonieri, infatti. L’amore crebbe: più suonavo, più si accendeva in me il desiderio di migliorarmi.

Quali artisti stai ascoltando ora?
Assolutamente Jorge Ben, musicista brasiliano. Come vedi, la mia passione per la musica sudamericana non accenna ad affievolirsi. Anzi.

Com’è stata la tua esperienza ad Hollywood durante la registrazione della colonna sonora “The Hottest State”?
Meravigliosa. Sono stato fortunato: Ethan Hawke è un regista con cui è molto bello lavorare. È semplice avere a che fare con lui, ti mette a tuo agio ed è una persona molto disponibile. Ho trascorso diverso tempo ad Hollywood, ma non rimane comunque il luogo dove spenderei la maggior parte delle mie energie.

Pensi che scriverai altre colonne sonore?
Sì, credo che ne farò ancora, soprattutto perché mi piace molto scrivere brani strumentali: nei miei album precedenti, infatti, ce n’è qualcuno. Compreso in questo mio ultimo lavoro. Preferisco, comunque e di gran lunga, dedicarmi esclusivamente a dar vita a nuovi dischi, più che a colonne sonore.

Ultima domanda, un po’ più personale: credi che qualcosa sia cambiato in te dal momento in cui hai vinto il Grammy?
Non a livello personale. O almeno non credo. Essendo la mia vita molto più impegnata di prima, può comunque darsi che il mio atteggiamento nei confronti di essa e di chi mi sta attorno sia cambiato un po’. Non mi sono montato la testa, no di certo, se era questo che intendevi! (ride).

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