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    Jex Thoth

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Donne sull’orlo…

Jex Thoth è il nome di una band statunitense, arrivata al debutto su full length dopo uno split coi Pagan Altar. Split per il quale Jex Thoth si era fatta creare l’artwork da Albert Witchfinder.
Bastano questi indizi? Se sì, comprate il disco. Se no, renderemo manifesta la cosa: Jex Thoth è una band che suona un tradizionale, alquanto vintage e polverosissimo doom metal.
Particolarità da segnalare: Jex Thoth è anche il nome della cantante.

Segue lunga tirata sul coraggio di proporre una voce femminile in un genere notoriamente maschile e maschilista.

Finite le banalità di rito, parliamo del disco. Che, sorpresa sorpresa, riesce a spiccare in un campo ultimamente molto inflazionato.
Ci riesce grazie a una produzione e un mix decisamente personali: senza mai perdere di vista i Black Sabbath, i Jex Thoth iniettano nella loro musica una massiccia dose di psichedelia delle origini, tra primi Pink Floyd e Hawkwind. Chitarre lontane e soffuse, organo Hammond come se piovesse, lunghe divagazioni strumentali – esempio principe, la splendida suite in quattro parti intitolata “Equinox”. Ecco, un altro punto a favore della band è indubbiamente il songwriting: pur suonando spesso spaziali e viaggiosi, i Jex Thoth non perdono mai di vista la forma-canzone, proponendo pezzi dinamici ma mai dispersivi.
Su tutto questo ben di dio spicca poi la splendida voce di Jex Thoth (la cantante, non la band). Lungi dal voler essere a tutti i costi maschia e virile, per nulla interessata ad imitare i suoi colleghi XY, Jex assomiglia più ad una sciamana o ad una stregonessa, eterea e posseduta. Senza per questo perdere di vista la propria umanità, risultando dolce e quasi fragile in alcuni frangenti (“Son Of Yule”), aggressiva e cattiva quando il contesto lo richiede (“Warrior Woman”).

Non tutto è perfetto, come dimostrano i due pezzi di chiusura (“When The Raven Calls” e “Stone Evil”), solo discreti a confronto della meravigliosa suite che li precede. Volendo fare i pignoli si potrebbe anche opinare sull’utilità di un disco del genere nel 2008. Ma in fondo abbiamo esaltato i Wolfmother e abbiamo gioito per gli Witchcraft, quindi c’è solo una considerazione da fare: quando la musica è bella, perché lamentarsi? Per una volta freghiamocene dell’anacronismo e alziamo il volume, OK?

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