Home > Recensioni > Jimmy’s Hall

La più grande delusione di questo Festival di Cannes viene da un regista (da me) amatissimo per motivi artistici, ideologici, umani. Un uomo capace di rifiutare un premio alla carriera in un festival perché la maggior parte del personale che gravita attorno alla manifestazione ha contratti a tempo determinato, per dirne una (parliamo del Festival di Torino). C’è da dire che Ken Loach ha già dato, chiedergli ancora di essere rilevante per la storia del cinema forse è ingeneroso, come portarlo in concorso a Cannes con questo “Jimmy’s Hall“.

Un racconto biografico con pretese di universalità svogliato, meccanico, diretto col pilota automatico col solo ausilio della grande esperienza. Paragonabile al Woody Allen “romano”, per essere chiari.

Storia di Jimmy Gralton, irlandese, comunista, di ritorno nella verde patria, amante della bella vita ma lavoratore indefesso, cerca di aprire una ballroom nel paesino d’origine, osteggiato dalla Chiesa e dai borghesi locali. Il film è questo, e nient’altro. Barry Ward nel ruolo di Gralton non ci porta a simpatizzare per lui, e per un film con un protagonista così centrale è tutto dire.

Qualcosa c’è, non lo nego: la lista nera stilata dalla Chiesa locale dei frequentatori della Jimmy’s hall rimanda alle liste che in quel momento oltreoceano il senatore McCarthy sta compilando sui presunti attivisti comunisti, quel senso di libertà che gli USA evocano fin dai titoli di testa è erroneo, effimero, meglio rimanere a combattere nella PROPRIA terra, uno dei topoi loachiani da sempre.

Nella ballroom di Jimmy s’insegna letteratura, boxe, canto, disegno, si fa cultura, quello che l’oscurantismo clericale non accetta, in quanto da sempre depositario dell’educazione e della formazione. Ecco, volendo, è un film didattico, per le scuole. Non c’è da ricercarvi arte cinematografica, ma un semplice insegnamento di vita, di giustizia, di modo di stare al mondo. Il miglior film del concorso per i cineforum nelle aule magne dei licei. Se siete persone adulte e politicamente consapevoli, potete tranquillamente lasciar perdere.

Tanti errori, un’ispirazione al minimo storico, ma anche tanta passione. Jimmy Gralton prima di prendere consapevolezza del suo ruolo politico nella comunità ci mette tre quarti del film, nei quali passa il tempo a osservare e ad invecchiare tramite una singola ciocca di capelli bianchi. E l’excursus temporale attraversa praticamente quasi un ventennio. Il finale con Jimmy scortato dalla polizia, il popolo che lo segue in bici e il prete che riconosce l’avversario sembra quello del “Don Camillo” di Duvivier a parti invertite.

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