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Joel Peter Witkin: Occhi dietro una maschera

Follia o Genio?
Arte da censurare o ammirare?
Chi è Joel Peter Witkin?

Brooklyn, 1939
Si aprono gli occhi di quello che sarà un grande fotografo e artista contemporaneo.
Cresciuto in una gabbia di ossessiva educazione religiosa, oggetto di litigi e scissioni famigliari e di costante senso di colpa, di doverosa espiazione dei peccati per la salvezza dell’anima, Peter Joel Witkin dedicherà la sua esistenza artistica e ogni suo sguardo ad un mondo posto al limite dell’onirico e della tangibile mostruosità, un mondo fatto di cadaveri, negativi graffiati e personaggi che trovano la loro maschera.
Probabilmente il suo estro ha avuto una matrice terapeutica e catartica, focalizzando le frustrazioni e portando a capire il concetto di Male e di Bene, impossessarsene e costruirne immagini che ne permettessero la contemplazione.

Milano, 2008
Presso il P.A.C., Padiglione d’Arte Contemporanea, fino al 27 Aprile sono esposte una quarantina di opere in bianco e nero, le quali virtualmente ripercorrono l’iter artistico di Witkin.
Non semplici fotografie ma elaborati lavori, niente è casuale tutto è maniacalmente calcolato, dall’alterazione dei negativi, che vengono macchiati d’acido e graffiati, alla scelta dei soggetti che spaziano da Nature Morte, le quali letteralmente mostrano i resti delle caduche membra umane (“Story From A Book”,”Still Life With Breast”,”Still Life With Mirror) in composizione con l’oggettistica del genere, ai Freaks, che come in un macabro circo giocano con le deformità e la Morte: onnipresente, costante e illuminata di vita.
Infatti il messaggio criptato dagli scatti è quello di elogiare l’operato di Dio, mostrando quanta bellezza vi possa essere nel corpo di una nana o quanto amore e poesia vi sia nell’abbraccio di una vitale musa al cadavere del poeta, una bellezza resa tale dal dolore, dal memento mori tangibile nelle foto e negli occhi di ogni personaggio.

Mostra semplice e lineare: muro, luce e fotografia.
Eppure ad ogni passo, ad ogni avanzare nel piccolo mondo onirico crescono domande: non è osare troppo alterare cadaveri? Sono persone o semplice carne senza identità passata, su cui l’artista ne cuce una?
È questa Arte?
Domande nella più totale solitudine della propria mente, il pericolo sta nel credere che quello che vediamo e le risposte che ci diamo siano l’indubbia realtà (come dal resto può avvenire in altre circostanze del vissuto).

Nel medesimo edificio è inoltre possibile visionare i lavori del fotografo ceco Jan Saudek (1935), artista che fin dall’adolescenza ha manifestato il suo viscerale sogno di rappresentare emozione e magia.
I soggetti vengono immortalati nel medesimo ambiente, il quale tramite ritocchi si reinventa e mantiene sempre un punto di fuga, in cui lo sguardo e, probabilmente, anche l’artista possono scappare e prendere un respiro da quelle che sono le angosce e i timori umani.
Gli scatti nascono in bianco in nero e vengono colorati in secondo luogo a mano, così di rosso si tingono le gote delle donne, dalle linee morbide e dai corpi o sensuali o abbondanti, e di azzurro il cielo, che sembra prendere consistenza dalle macchie di muffa sulle pareti della stanza che fa da teatro a queste intime rappresentazioni.
Elemento che desta oltremodo curiosità è la presenza di una data, sotto alle foto, che differisce da quella di creazione di un centinaio di anni, probabilmente voluta non solo per dare un’aura di storia alla composizione, ma anche per esprimere l’appartenenza al Decadentismo che viene tinto di colori acidi e languore.

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