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John Turturro racconta Gigolò per caso

È un rapporto particolare quello che lega John Turturro, attore simbolo del cinema di culto americano (dai fratelli Coen a Spike Lee) all’Italia. Non c’entrano solo le origini italiane, per questo newyorchese nato e cresciuto a Brooklyn. Turturro è innamorato del nostro paese e ha raccontato aspetti della sua grande tradizione culturale, dal punto di vista di un americano, valorizzandola come, purtroppo, poche volte avviene in Italia.

Non solo, dopo il successo di “Passione” (documentario su Napoli e la sua grande tradizione musicale) Turturro si è divertito ad inserire elementi tipicamente italiani (canzoni, battute, il buon cibo…) nell’ultimo film, ambientato nella “sua” New York, in cui c’è ancora posto per i vecchi cafè e le librerie; e non a caso, sullo sfondo di un set così, c’è posto anche per Woody Allen, che qui recita in una divertente coppia comica con Turturro stesso.

Presentato a Toronto e in anteprima a Torino, “Gigolò per caso” vanta un cast stellare: a fare da controcanto alla strana coppia Turturro/Allen tre donne di indiscutibile fascino: Sharon Stone, Sofia Vergara e Vanessa Paradis. Tre attrici-icone che danno un tocco di malizia ed erotismo.

Con una buona dose di (auto)ironia si sono messe in gioco interpretando donne che rincorrono un gigolò: il signor Turturro per l’appunto, qui nelle vesti di fioraio di poche ma buone parole, che viene convinto, non senza una certa riluttanza, da Allen a “mettersi in società” per soddisfare la curiosità di donne intraprendenti.

In occasione della presentazione romana alla stampa, John Turturro parla di come è nato il progetto, dell’esperienza sul set con Woody Allen e del nuovo film che sta girando con Nanni Moretti.

È vero che il soggetto di “Gigolò per caso” è nato per caso, dal suo barbiere di fiducia, che è lo stesso di Woody Allen?

Sì, ho raccontato la storia al mio barbiere, che poi l’ha raccontata a Woody Allen, il quale si è interessato e gli ha detto ‘dimmi di chiamarmi’.

Il personaggio del suo gigolò, che ha scritto e interpretato, è un uomo molto discreto; e, scelta non comune, non si spoglia mai.

L’idea era proprio questa: mettere nei panni del gigolò un uomo comune. Una scelta un po’ improbabile, se si vuole.

Nonostante il film sia ambientato a New York, c’è chiaro e forte anche qualcosa di “Passione”. Quant’è stata importante l’esperienza di quel film?

Molto, il cast tecnico comprende diverse persone che avevano già partecipato a “Passione”. Abbiamo lavorato insieme ed è stato fantastico. Non è facile realizzare un film, ma quando incontri delle persone speciali, tenti di ripetere l’esperienza. Sono stato fortunato. Poi in “Passione” volevamo inserire “Tu sì na cosa grande” ma non ci eravamo riusciti, quindi il fatto che questo classico della canzone napoletana sia presente in Gigolò per caso” è senz’altro un riferimento esplicito e voluto.

Secondo lei, quant’è diffusa tra le donne la “pratica” di ricorrere ad un gigolò?

Non è molto diffusa, non credo sia importante. Nel film la prostituzione è una metafora per esprimere il desiderio di non essere soli, la “fame di contatto” tra le persone. Il film parla soprattutto di amicizia e solitudini. Spesso capita di sentirsi soli anche quando si è in coppia stabile.

Com’è stato lavorare con Sharon Stone e Sofia Vergara?

Sono due attrici meravigliose. Se si considera il fatto che oggi, a Hollywood, non è molto frequente trovare dei ruoli femminili interessanti, il fatto che in questo film ci siano più ruoli femminili che maschili è un’inversione di tendenza. Poi Sharon Stone è perfetta per il ruolo, mentre il personaggio di Sofia Vergara assomiglia molto ad una mia amica, e l’ho scritto pensando a lei.

Si è consultato con Woody Allen anche in fase di sceneggiatura, ha chiesto un suo parere?

La sceneggiatura vera e propria l’ho scritta da solo. Ma all’inizio, quando era solo un’idea, ci siamo confrontati. La nostra collaborazione è andata così: io gli facevo leggere quello che scrivevo e lui mi dava un feedback, mi diceva cosa ne pensava. A volte le sue critiche erano brutali! Mi diceva: “è terribile!”, “questo non mi piace”, “…ma forse mi sbaglio”.

Lei è stato diretto da Woody Allen e prossimamente la vedremo nel nuovo film di Nanni Morett, che è considerato un po’ il Woody Allen italiano. Com’è stato lavorare con questi due grandi registi?

È vero, recentemente sul New York Times c’era un articolo con un elenco di tutti quelli che Woody ha influenzato, e Nanni Moretti era indicato come suo “nipote”! Lavorare con registi di questo calibro ti permette di osservare, di apprendere, ma poi bisogna trovare la propria “voce”, non devi imitare. Spesso poi si pensa che il film sia opera di una persona sola, in realtà fare un film è un lavoro di squadra. Per esempio, a volte capitava che arrivassi sul set molto teso, e la troupe mi tranquillizzava e mi indirizzava nella giusta direzione.

Per contratto immaginiamo che non possa dire molto, ma recita in italiano nel film di Nanni Moretti?

Sì, per la maggior parte del film.

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