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John Waite: Rock is a four letter word

In veste solista è stata un’icona degli anni’80, di cui ha contribuito a scrivere la colonna sonora con la sua “Missing You”. Insieme a Neal Schon e Jonathan Cain ha fondato i Bad English, probabilmente il più importante (super)gruppo AOR di sempre. Ultimamente lo avevamo perso un po’ di vista, ma in realtà non se ne è mai andato. Sempre on the road tra America ed Europa, John Waite sembra aver ritrovato la voglia di rock’n roll con “In Real Time”, un disco live davvero elettrico in cui i grandi successi della sua carriera vengono spogliati da tutto ciò che è ingombrante, e presentati nella loro forma più essenziale. Ne abbiamo parlato con il diretto interessato.

Ciao John. Desideravo prima di tutto ringraziarti per il tempo che ci stai dedicando. Ho appena finito di ascoltare il tuo nuovo disco dal vivo “In Real Time” e mi sembra di poter dire che i brani inclusi suonano ben più ruvidi ed aggressivi di come ce li ricordiamo nella loro versione in studio. Sembra quasi che portandoli on the road queste canzoni abbiano perso quella raffinata patinatura che li contraddistingueva, e che dietro di essi ci sia un’artista che cerca di rientrare in contatto con le proprie radici rock.
Hai centrato il punto, non avrei saputo esprimere meglio il concetto. Si tratta di un disco autentico, che rappresenta molto bene il modo in cui approcciamo l’attività live. Non ti nascondo che mi piacerebbe pubblicare quanto prima un altro disco dal vivo, che contenga ancora più canzoni.

Non sono riuscito a capire se si tratta di un’unica data o di una collage di registrazioni provenienti dalle diverse date del tour.
Tutti i pezzi sono stati tratti dallo stesso concerto, nel senso che abbiamo suonato diverse date nello stesso locale, ed abbiamo finito per scegliere i brani (o quanto meno un buon 90% di essi) registrati nel corso dell’ultimo show. La band infatti era ben rodata, avendo suonato più volte lo stesso set . Già quando eravamo sul palco ci siamo resi conto che in quell’ultimo concerto stavamo dando il meglio.

Hai usato qualche criterio particolare per selezionare i brani che poi sono finiti sull’album?
Nessuno in particolare. Il set era composto da 20 pezzi, abbiamo selezionato quelli che a nostro parere rendevano meglio, anche dal punto di vista della performance.

Parlaci del tour da cui poi è nato l’album.
È stato un tour che ci ha portato in giro per tutti gli Stati Uniti, abbiamo suonato praticamente ovunque. La decisione di registrare un live è nata però quando il tour stava oramai per concludersi. Quella del disco live era un’idea che avevo in testa da molto tempo, e visto che la band era al top della condizione abbiamo deciso di concretizzarlo. Se noti, tutto ruota attorno al concetto della classica rock band, la tipica formazione chitarra/basso/batteria e, naturalmente, il cantante. Tutto il miglior rock nasce laddove c’è semplicità, dove c’è una grande band ed una chitarra che domina. Avrai notato che sul disco non si sentono le tastiere…perché non ci sono! È un live basato sulla performance, suonato da una band davvero superba.

Presentaci allora i tre musicisti che ti hanno aiutato a raggiungere questo risultato.
Credimi, sono dei grandi musicisti, i miei preferiti. Quando suoniamo, ovunque suoniamo, riusciamo sempre a dare il massimo. Tim Hogan è un bassista fantastico, tra l’altro adora tutte quelle grandi band che mi hanno influenzato, gente come i Free e i Mott The Hoople. Luis Maldanado è un’autentica manna dal cielo per questa band, è una persona estremamente intelligente, spontanea e talentuosa. Billy Wilkes invece è un po’ il motore del gruppo, lui è davvero insostituibile ed è quello che ha tenuto insieme la band quando un paio di mesi fa abbiamo suonato in Europa. Come si suol dire, ogni notte ed ogni show sono diversi, ma questi tre ragazzi suonano sempre come fosse l’ultimo concerto della loro vita.
[PAGEBREAK] Come hai visto cambiare il music-business da quando hai inziato la tua carriera ad oggi? Vedo tra l’altro che la tua musica ora esce per un’etichetta indipendente come la Frontiers.
Internet ha dato a qualsiasi artista la possibilità di far sentire la propria musica. Gruppi sconosciuti che arrivano dal Midwest, dal nord dell’Inghilterra o dal sud della Francia possono far arrivare i propri dischi al pubblico senza dover passare da scomodi intermediari. Dietro non c’è grande promozione e difficilmente si può godere del supporto della stampa ma per contro si ha la possibilità di far arrivare la musica dove conta di più: alla gente che quella musica la vuole ascoltare. Questo preserva l’arte e sposta il business fuori dal music-business, che è poi il concetto originale che sta dietro alla musica: sedersi attorno ad un fuoco, cantando canzoni e raccontando storie. Come puoi immaginare, attorno a quel fuoco non c’era alcun impiegato dell’etichetta discografica di turno che ti chiedeva perché mai in quelle canzoni non ci fosse un singolo da hit-parade. Adoro internet, fosse per me dovrebbe essere addirittura gratuito.
Quanto al mio rapporto con la Frontiers, ritengo sia la più importante etichetta europea, con il miglior roster ed il miglior staff. Mi auguro di lavorare a lungo con loro, e magari di riuscire a tornare in Europa per altri concerti la prossima estate.

“Missing You” è sicuramente il brano che ti identifica, ed è stato un successo di dimensione planetarie. Ma è anche un pezzo in cui metti a nudo un tuo specifico stato d’animo: come convivi con questa totale esposizione al pubblico dei tuoi sentimenti?
Ti rispondo semplicemente che scrivere canzoni vuol dire proprio questo. Parlare a milioni di persone come se stessi parlando a quell’unica persona che in quel momento è di fronte a te. Mi viene in mente Sting che, suonando a Rio De Janeiro, disse al pubblico è davvero strano cantare “I’m So Lonely” e sentire un coro di 100.000 voci che cantano con me. Non so come spiegarlo, ma è la ragione per cui faccio questo mestiere.

Sei inglese ma hai viaggiato moltissimo in tutto il mondo e vivi negli Stati Uniti: non ti manca l’Inghilterra o, più in generale, l’Europa?
Vivo negli Stati Uniti ma passo molto tempo in Europa, in particolare a Lancaster dove sono nato. Ci torno non meno di tre/quattro volte l’anno per visitare mia madre, che abita ancora li, e per incontrare i vecchi amici. Quindi, da un certo punto di vista, è come se non me ne fossi mai andato. L’Europa è molto più attenta a tutto ciò che è arte, e oggi come oggi l’Europa sembra sempre essere coinvolta in tutto ciò che succede nel mondo. Abito a New York City, ma cerco di tornare in Europa quanto più possibile. Se pensi poi che in 8 mesi ci abbiamo fatto due tour… avere successo in Europa, ed avere la possibilità di fare concerti ben più grossi di quelli che facciamo ora è sempre stato un mio sogno.

Nel corso della tua carriera sei riuscito ad avere successo sia in veste solista sia come membro di due grandi band come i The Babys ed i Bad English. In quale di queste due situazioni ti riconosci più?
Mah, è un po’ la stessa cosa. Un artista solista non è mai veramente da solo. Devi sempre avere alle spalle grandi canzoni ed una grande band. Mi sento fortunato, perché lungo tutta la mia carriera ho sempre trovato grandi musicisti e grandi personaggi. Soprattutto lavorare con diversi chitarristi contribuisce a dare un taglio diverso alla tua musica. Recentemente ho lavorato con Kyle Cook dei Matchbox Twenty, ed insieme abbiamo scritto un pezzo che secondo me sarà un grandissimo hit. Sarà qualcosa di molto diverso da quanto ho fatto in passato, e mi aspetto grandi cose (e, perché no, anche un bel po’ di soldi). Sono molto impaziente di vedere che reazioni ci saranno!

E se si presentasse l’occasione di riformare i Babys? Non ti manca almeno un po’ la dimensione della rock band vera e propria?
Se mi chiedi questo è perché non consoci la mia band. Fino ad ora dal vivo abbiamo suonato solo le mie canzoni, ma in realtà abbiamo iniziato a scrivere insieme del nuovo materiale, e questo apre tutto un altro capitolo. In tutta franchezza, questa nuova dimensione mi ha riavvicinato alla musica, e ha fatto rinascere in me il desiderio di cantare dal vivo.
Per quanto riguarda i Babys, non ho alcun interesse a riformarli. Quando quella band si è sciolta, avevamo già dato tutto quello potevamo dare. Abbiamo scritto delle grandi canzoni che hanno resistito anche all’incedere del tempo, ed ora come ora dubito che riusciremmo a fare di meglio, quindi che senso avrebbe riunirci solo per questioni di nostalgia?
[PAGEBREAK] Neanche se si trattasse di resiuscitare i Bad English? Pensa che sotto un certo punto di vista a me quella band sembrava la nuova incarnazione dei Journey!
Dici davvero? Non ci avevo pensato… ma magari loro si, e magari ci siamo sciolti proprio per questo. Comunque, abbiamo fatto un gran bel lavoro con quella band, è stata un’esperienza davvero fantastica.

Com’è stato lavorare con musicisti del calibro di Neal Schon? Qualche scontro di ego?
No, nessuno scontro, si è lavorato davvero bene. Rispetto moltissimo Neal, è un chitarrista fantastico, e tutto ciò che desidera è suonare. Un aspetto questo che me lo fa amare ancora di più. Ed anche quei pochi screzi che ci sono stati, si sono risolti immediatamente ccon una sana risata davanti ad una pinta di birra.

Sei anche andato in tour con Ringo Starr e della sua All Star Band
Pensa che all’epoca mi offrirono di interpretare una parte in un film. Contemporaneamente, però, mi fu chiesto se volessi andare in tour con Ringo e la sua band. Ci ho pensato su per tre secondi netti, ed ho ovviamente scelto di unirmi a Ringo. È stata un’esperienza surreale lavorare con lui. E ancora di più trovarmi a condividere il palco con tanti personaggi che neanche conoscevo. Ma abbiamo fatto delle grandi serate. A volte quando ero in scena incrociavo lo sguardo di Ringo e ci tuffavamo in qualche scambio strumentale improvvisato, che si concludeva inevitabilmente con grandi risate da parte di entrambi.

Ripercorrendo la tua carriera, cosa in particolare ti rende orgoglioso di te stesso?
Non saprei. Non penso che un’artista debba sentirsi orgoglioso di alcunché. Un’artista deve sempre tendere a migliorarsi e a proporre cose nuove e diverse. Questo mi stimola molto. Non mi capacito ancora di essere arrivato dove sono arrivato, ma di sicuro mi sono divertito ed ho avuto una bella vita. Sotto questo punto di vista, mi sento più fortunato che orgoglioso.

Pensi che i tuoi fan italiani avranno finalmente la possibilità di vederti suonare dal vivo?
Volevamo venire in Italia già con lo scorso tour, ma alla fine non c’è stato il tempo di organizzare alcuna data. Stiamo però pianificando di tornare in Europa, magari già sul finire della prossima estate, e mi sento di promettere fin da ora qualche data ai fan italiani.

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