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Johnnie To: Non solo azione

Johnnie To ha mosso i primi passi in televisione, negli anni ’70, ma è il cinema il suo campo d’elezione, cui tra gli anni Novanta e nel post Duemila ha consegnato alcuni dei noir più affascinanti della storia del cinema. Uno stile personalissimo e immediatamente riconoscibile, nato in parte da un metodo di lavoro che rifiuta la sceneggiatura cotta e pronta ma si attracca al trattamento sviluppandolo nel corso delle riprese. Ciò conferisce a un genere classico come il noir, a figure come i gangster – a forte rischio di stereotipo – una nuova linfa, anche perché To ama mescolare i generi, non si accontenta dell’azione pura, ma trasforma le sue concitate storie di violenza e crimine in dolenti riflessioni sulla figura virile.

Dopo l’esordio con una serie di commedie, mette a segno nel 1989 il suo primo successo, il melodramma “All About Ah-Long”, che si aggiudica sette nomination agli Oscar di Honk Kong, vincendo per il miglior attore, Chow Yun-Fat. La carriera di To procede poi con alcuni di film di arti marziali che contribuiscono a consolidarne la fama, tanto che nel 1996, insieme a Wai Ka-Fai, fonda la Milkyway Image, casa di produzione indipendente, primo mattone nella costruzione non solo della filmografia e della poetica di To, ma di tutto il cinema cantonese.

Il 1998 è l’annus mirabilis. La Milkyway produce molti film interessanti e To firma il bellissimo “A Hero Never Dies”, potente melodramma action che fonda le basi della sua poetica, un impasto di azione cruenta, sparatorie coreografate come balletti unita a una visione cupa dell’esistenza, in cui l’unico valore – raro – sembra essere quello dell’amicizia, capace di travalicare opposte fazioni. Il film unisce motivi del gangster movie con un’epica tipica del western: l’ineluttabilità del destino è la nota struggente suonata sino alle sue più nefaste e pessimistiche conseguenze.

L’anno successivo arriva “The Mission”, uno dei capolavori del regista, che ben sintetizza il suo metodo di lavoro. Ancora un noir, una storia di amicizia virile in ambiente gangster, affrontata però con un atteggiamento da guerriglia. Il film sembra dispiegarsi davanti ai nostri occhi con una rapidità esemplare che sa però anche aprire squarci di riflessione. La regia di To coniuga elementi apparentemente opposti, incrociando Peckinpah e la riflessione zen, esplosioni di proiettili e momenti di stasi, in cui il gruppo di guardie del corpo del boss cementa l’amicizia tra scherzi e attese.
[PAGEBREAK] Negli anni successivi To si dedica di nuovo alla commedia, ma nel 2003 torna al noir e firma “PTU”, da alcuni tacciato di freddezza, in realtà una delle opere più personali del regista. Nella notte di Honk Kong un poliziotto alla ricerca della sua pistola si imbatte in piccoli criminali e una collega della Investigazione. “PTU” è meno concitato di altri film di To, gioca con elementi della commedia intrecciando scambi di persone e cellulari, scivoloni su bucce di banana a una visione decisamente noir che guarda a Scorsese e fotografa la notte della metropoli attraverso piani lunghissimi, dilatazioni temporali e continui sovvertimenti di ritmo.

“Breaking News” (2003) torna ai ritmi consueti e si apre con uno spettacolare piano sequenza di 7 minuti registrando una sparatoria tra un gruppo di rapinatori asserragliati in un palazzo e le squadre della polizia in strada. Lungi dall’essere mero estetismo, è in realtà la dichiarazione poetica del film, una storia sull’ingerenza della tv e delle telecamere, raccontata con ritmo concitato, imprigionando poliziotti e criminali in una strada/set chiuso che alimenta non solo le trovate action ma offre il destro a una interessante riflessione sulla manipolazione dell’immagine da parte dell’informazione.

Il ritorno alle arti marziali e al diretto omaggio al maestro Kurosawa è con “Throw Down”, epico film di arti marziali virato in melodramma, in una Honk Kong futuristica e fantascientifica. Molte le sequenze che hanno fatto impallidire il pubblico per la loro bellezza, eccezionale la gestione e la fusione dei generi diversi, amalgamati in un gioco di ombre e luci, che oltre a divertire l’appassionato del genere commuove qualsiasi spettatore con la sua forza drammatica. Dopo il dittico di “Election”, film sulla Triade affascinanti ma che non raggiungono le vette dei precedenti, è la volta di “Exiled”, magnifico omaggio a Peckinpah, rilettura ancora più incalzante del gruppo di “The Mission”, elegia funebre e definitiva sull’amicizia e il rispetto del gruppo, popolata da alcuni dei volti più noti del cinema di To. Un aspetto interessante: l’affastellarsi sullo schermo delle stesse facce, che mutano ruoli, nomi, condizioni morali ed etiche, garantisce all’universo del regista una coesione affascinante e insieme insinua la sensazione che ciò che vediamo sia fatto di fantasmi di altre storie, di elementi secolari di una tradizione narrativa di volta in volta rinnovata e riletta.

Purtroppo non sempre il cinema del regista è giunto in Italia. La sua ultima fatica, però – un nuovo noir, “Vendicami-Vengeance”, interpretato da Johnny Hallyday – esce proprio in questi giorni nelle nostre sale.

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