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Un debutto. Tante novità…

…Innanzitutto il titolo/non-titolo. La breve durata dell’album schiaffata in copertina, senza mezzi termini o manovre diversive a millantare lunghi intrattenimenti. Una mossa tutt’altro che commerciale, ma che premia un’immagine seria, sincera e di sostanza.
C’è poi l’abolizione (ormai anticipata da alcuni anni) degli stereotipi musicali di ogni nazione. Sbarca nel Nuovo Continente un sound tipicamente britannico, cupo e progressivo, fondato sugli esempi dei Radiohead e dei Muse. Con esso, c’è il discostamento della californiana ProgRock dalle sonorità tipiche del proprio roster. Non dunque modelli intricati ed armoniosi, basati su lunghe suite settantiane, ma un rock nervoso ed introspettivo.
E infine l’aspetto scientifico. La musicologia studia da anni le frequenze dei suoni che influiscono sugli stati d’animo dell’ascoltatore. Sembra che i Jolly abbiano riprodotto i cosiddetti toni binaurali, onde cerebrali capaci di stimolare la concentrazione, la felicità e la rilassatezza.

Al di là della subliminalità del messaggio, che poco influisce sulla nostra percezione del bello artistico, i 46 minuti e 12” del debutto dei Jolly richiedono un ascolto quantomeno non distratto. A scanso di immediati entusiasmi, l’eccletismo della band spesso si disperde in melodie tutt’altro che facili all’orecchio, sicché l’approccio serioso finisce per distruggere il piacere estetico. Con questa premessa/avvertimento, non possiamo nascondere le qualità dei new yorkers, l’originalità, il loro saper fondere il classico con gli arrangiamenti heavy del post rock.

Dedicato a chi ricerca un rock meditato, per così dire “solitario”, ma che non vuol rinunciare ad un’impostazione aggressiva. Ecco un album da collezione, una di quelle chicche che, un tempo, avrebbero aperto un filone di estimatori collezionisti. Oggi, in un momento in cui anche la musica bretone sembra essersi definitivamente consacrata al commerciale, il cd dei Jolly appare più una celebrazione dei tempi di “Ok Computer”. E, detto tra i denti, ci sembra che l’ascoltatore di oggi – così come il lettore di narrativa moderna – abbia abbandonato la ricerca di opere impegnate. Si aprono due alternative: l’indifferenza o l’amore. Tertium non datur.

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