Home > Recensioni > Jon Oliva’s Pain: Global Warning

Nel segno della continuità

Proprio una storia paradossale, quella dei Savatage: una band scioltasi in mille rivoli artistici, ognuno orgogliosamente personale, nuovo, invincibilmente indipendente, e pure – all’orecchio del profano, o del fan – inequivocabilmente legato alla splendida carriera della band floridiana. E, in fondo, Jon non ha mai rinnegato il passato, anzi: con onestà viva e una buona dose di latina furbizia ha rievocato a più riprese il proprio ingombrante curriculum. Tra giochi di parole (“‘Tage Mahal”) e seguiti semi-ufficiali (“Through The Eyes Of The King”), coi suoi Pain il Nostro si è divertito a offrire una versione libera e deresponsabilizzata della tradizione musicale Savatage.
E questo “Global Warning” ne è testimonianza quanto mai chiara, tanto che bisogna necessariamente partire da questo per offrirne una lettura critica.
I Savatage, va da sé, sono lontani anni luce, da un punto di vista qualitativo – e di originalità, tra questi solchi, manco a parlarne. Però mentre Chris Caffery sperimenta forse oltre i limiti degli stilemi musicali di sua maggior pertinenza, incastrandosi in un’eterna incompiuta, e Zak Stevens continua a tenere in piedi i Circle II Circle semplicemente con la sua inimitabile voce, Jon sfodera canzoni perlopiù prevedibili (e strutturalmente semplici) ma in fin dei conti convincenti, mostrando che lo spirito drammatico ed emozionante di grande cantore non scompare con gli anni (e anche la voce, miracolosamente, può tornare). Così, tra omaggi ai Queen e gradevoli arrembaggi chitarristici (la bella “Before I Hang”), ci si culla piacevolmente in trame armoniose (echi dei Purple di “Stormbringer” emergono in “Firefly”) e struggenti sospensioni melodiche (la coinvolgente “Walk Upon The Water”, highlight dell’album), per poi tuffarsi nella malinconia più sincera, da sempre pezzo forte del musicista, nel toccante addio “O to G”.
Sullo sfondo, come sempre, la mai celata passione di Jon per il musical (non lontane certe scelte dell’ultimo Meat Loaf, a tratti), ma soprattutto una creatività, un sensibilità musicale magari un po’ meno vitale e lucente che in passato, ma tuttora capace di raggiungere corde emotive che solo gli artisti di classe infinita sanno scuotere.

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