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L’erede di Coverdale vuole cambiare il mondo

Con il recente, bellissimo “Burn The Sun”, gli Ark sono riusciti nella non semplice impresa di mettere d’accordo critica e pubblico. Pur riconoscendo a ciascun membro della band i dovuti meriti per aver contribuito a creare quel piccolo capolavoro, non occorre grande lungimiranza per identificare in Jorn Lande e nella sua eccezionale versatilità vocale la loro vera arma segreta. E sulle ali dell’entusiasmo suscitato da quel disco, Jorn si ripresenta all’appuntamento discografico con un nuovo album solista, da poco reso disponibile sul mercato dall’attivissima Frontiers Records. A differenza del lavoro precedente, che tra cover versions e brani originali giocava le sue carte migliori in un contesto prevalentemente orientato alla classe ed alla melodia, “Worldchanger” mostra il lato più heavy e grintoso del nordico vocalist. Ci troviamo infatti di fronte ad un disco che affonda le sue radici nel più classico heavy rock europeo, attingendo a piene mani dal song-writing book dei mostri sacri di questo genere, citando a più riprese le sonorità portate al sucesso dai vari Black Sabbath, Rainbow, Dio e via discorrendo. Non vorrei comunque essere frainteso: “Worldchanger” non si limita ad una mera clonazione di sonorità classiche, ma ne rielabora sapientemente gli stilemi riuscendo a tenersi alla larga dai clichè, evitando quelle pericolose cadute di stile che spesso caratterizzano gli album di questo tipo. Il tutto è stato poi sapientemente miscelato con una buona dose di melodia, per la quale Lande sembra avere un’innata propensione. Aggiungete ora la mostruosa performance vocale di cui Jorn si è reso protagonista ed avrete un quadro ben preciso di cosa aspettarvi da questo disco, il cui unico vero limite è la scarsa durata – qualche pezzo in più non ci avrebbe certo fatto storcere il naso. Tra i pezzi da segnalare, cito senza ombra di dubbio il cadenzato heavy rock di “Tungur Knivur” che apre il disco, le citazioni whitesnakeiane di “Sunset Station” ed “House Of Cards”, le accelerazioni ai confini con lo speed-metal di “Bless The Child” e le incursioni melodiche della title-track o della conclusiva “Bridges Will Burn”. Se il mondo del rock attendeva un David Coverdale per il nuovo millennio, probabilmente con Jorn Lande lo ha finalmente trovato.

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