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  • Judas Priest: Nostradamus

    Judas Priest

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Meglio tardi che mai

Il Boston Phoenix comincia, e virtualmente conclude, la sua recensione di “Nostradamus” soffermandosi sul fatto che si tratta del primo album Judas Priest in cui non ci si trova a pensare “Wow, how could I have not figured out before that Rob Halford is gay?!”. Oltre a questo, il secondo disco dalla fruttuosa reunion con Halford può vantare altri significativi primati, come quello di essere il più lungo, con i suoi 104 minuti distribuiti su due cd, nonché il primo concept album della carriera dei Priest. Di certo, però, non si tratta della prima esperienza da soggetto musicale per il noto ciarliere del sedicesimo secolo.

Tutto ciò, accompagnato dallo stile e dal mood da cui è animato, rende “Nostradamus” un episodio atipico nella discografia del Prete di Giuda. La lunghissima tracklist è composta da numerosi intermezzi dalla funzione più atmosferica che narrativa, il che dimostra l’importanza delle suggestioni oscure e mistiche su cui giocano i nuovi pezzi, inscindibili da un lavoro di tastiere precedentemente mai udito. Ne fanno le spese, ovviamente, i proverbiali fraseggi della coppia Tipton/Downing, così come lo screaming di Halford, da cui la considerazione di apertura. Si ricorre, dunque, a numerosi mid-tempo, non sempre convincenti e alla lunga stancanti. A questi si aggiungono dei lenti da censura, assolutamente distanti dalle perle settantiane che tempestavano i primi album, che isolano così gli sparuti picchi compositivi. La tambureggiante “War”, il solismo per una volta esasperato di “Death”, la trionfale title track, ma soprattutto l’eccelsa chiusura del primo disco, “Persecution”, rendono digeribile un bolo oscuro e sinfonico altrimenti consigliato solo ai più forti di stomaco.

Lungi da noi criticare un tentativo legittimo, anzi auspicabile, di rielaborare la propria essenza heavy metal, ma la voglia di strafare e l’attitudine a questo stile poco maturata negli anni fanno di “Nostradamus” un disco difficile da apprezzare a pieno o, peggio, da fruire nella sua interezza. Meglio loro di tante altre cariatidi restauratrici, certo è che non ci si inventa i Genesis del metal da un giorno all’altro.

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