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Julien Temple al Torino Film Festival 2014

Conforme allo spirito del Torino Film Festival, una rassegna priva di lustrini e piena di sostanza, il Gran Premio Torino è stato assegnato per questa edizione 2014 a Julien Temple, documentarista di fama internazionale e personaggio indiscutibilmente fuori dagli schemi.

La sua carriera è costellata di ritratti rock in forma documentaria, ma ha anche diretto Jeff Goldblum e il semiesordiente Jim Carrey nel 1988 nello (s)cult “Le ragazze della Terra sono facili”, dove un gruppo di alieni veniva fatto recedere dai propositi bellicosi dall’avvenenza di alcune terrestri.

Il nome di Julien Temple è indissolubilmente legato a quello dei Sex Pistols, ai quali ha dedicato ben due lavori: il più celebre è “La grande truffa del rock ‘n roll” del 1980, realizzato a pochi anni di distanza dai fatti narrati, ma il più completo ed esaustivo è senza dubbio “Sex Pistols – Oscenità e furore” del 2000, riproiettato per l’occasione in una sfavillante edizione in 35mm (la bellezza della proiezione in PELLICOLA, sia benedetto il Festival di Torino).

Il rapporto tra il TFF e Temple è sempre stato esclusivo e particolare: qui sono passati anche “Joe Strummer – Il futuro non è scritto” nel 2007 e “London. The Modern Babylon” nel 2012, progetto legato all’assegnazione alla capitale britannica delle Olimpiadi estive.

Sex Pistols – Oscenità e furore” è un lavoro di montaggio accurato e filologico, che si affida alle voci dei protagonisti per delineare il ritratto dei due anni effettivi di vita della band, che hanno cambiato la storia del rock e fatto nascere il punk, al di là di precursori come Iggy Pop e Patti Smith che hanno comunque tracciato il solco. In prima fila ai concerti dei Sex Pistols c’erano Siouxsie e Billy Idol, che poi avrebbero formato band proprie e c’era, soprattutto, quel Sid Vicious che avrebbe sostituito Glen Matlock al basso e bruciato la sua vita in poco tempo schiacciato dalla fama, dalle droghe e dalla famigerata Nancy Spungen, morta tragicamente in circostanze che ancora oggi non sono del tutto chiare.

La costruzione del film è a tesi. Johnny “Rotten” Lydon, Steve Jones e Paul Cook parlano e si confessano nell’ombra, come se la loro immagine fosse rimasta cristallizzata al biennio ‘77/’78 e danno la colpa di tutto (i contratti firmati e subito annullati, l’ostracismo subito prima in UK e poi negli USA, la stessa morte di Sid) al manager Malcolm McLaren, che dei Pistols creò l’immagine, plasmò i comportamenti e provocò l’implosione. Tutto nacque proprio nel negozio gestito a Londra da McLaren e Vivienne Westwood che riportò l’abbigliamento “teddy boy” sulla cresta dell’onda, cominciando a mandare in pensione i pantaloni a zampa d’elefante. Sex Pistols come fenomeno d’immagine prima che musicale, è la chiave di tutto.

In un’affollata conferenza stampa, Temple ha risposto (abbastanza svogliatamente, bisogna dirlo) alle domande dei giornalisti:

Dopo tutti questi anni di carriera, cosa ne pensa del cinema britannico contemporaneo? Segue qualche giovane regista? Un trend molto comune dei registi inglesi sembra quello di emigrare ad Hollywood…
In realtà sono sempre stato fuori dal cinema mainstream inglese. Principalmente perché dall’uscita di “Absolute Beginners” fui accusato di aver distrutto il cinema Inglese. Io sono stato costretto ad emigrare, non l’ho fatto certo per soldi. Penso ci siano delle regole del cinema inglese che vanno rispettate, se ne vuoi fare parte: io questo non l’ho mai fatto. Sì, ci sono dei giovani interessanti, ma non posso sbilanciarmi più di tanto. Credo che al giorno d’oggi le possibilità più interessanti in Inghilterra siano offerte da internet e dalla televisione. C’è molta libertà in televisione, infatti sto portando avanti tre progetti televisivi contemporaneamente. Uno di questi parlerà della realizzazione di un concerto che i Clash tennero nel ’77 al Roxy Club per la sua inaugurazione e si chiamera New Year’s Eve with the Clash, e sarà composto principalmente da materiale inedito. Non so quanto durerà questo momento, ma per ora lo sfrutto.

La scena della musica rock, in particolare del punk inglese è sempre stata scossa da numerosi tumulti interni. Lei in quanto uno dei maggiori testimoni di quella rivoluzione culturale, cosa ne pensa?
Non mi sono mai veramente schierato con una fazione, se si vuole alludere all’eterno conflitto tra Clash e Sex Pistols. Sono stato sempre a stesso contatto con i Sex Pistols perché mi chiesero di documentare la loro attività, niente di più. Il mio compito era quello di mettere in luce il lato positivo della band e di questa controcultura. L’unica mia preoccupazione era quello di distaccarmi dalla comunità skinhead violenta, e da quegli atteggiamenti fascisti che serpeggiavano nel punk. Tutte le altre faide sono quasi fisiologiche. Ogni epoca ha avuto i suoi nemici e i suoi punti di riferimento. Negli anni 70, per esempio, non riuscivo a tollerare gli hippie e la loro cultura. Oggi, con più distacco emotivo, devo ammettere che non c’era motivo di essere così aggressivi. Penso sia solo una questione di età e di crescita.

Come è cambiato il mercato musicale al giorno d’oggi? Ci sono gruppi che si possono ancora definire meritevoli di essere ascoltati?
È una domanda a cui non mi piace rispondere… Posso dire però che il punk si prefiggeva come obiettivo la distruzione dell’industria musicale e tutto quello che rappresentava. 35 anni dopo, ironicamente, l’industria si è distrutta da sola, non riuscendo più a capire la direzione da seguire. Per esempio, solo da poco ha smesso di combattere la rivoluzione digitale, è chiaramente indietro di anni. Di gruppi interessanti ce ne sono e ce ne saranno ancora, ma ora è tutto più a compartimenti stagni. La grande musica sembra non riuscire ad andare oltre al genere in cui nasce. Ecco, questa è stata la più grande conquista del punk, una sfida che ancora nessuno è riuscito a raccogliere. Niente si è avvicinato alla carica rivoluzionaria del punk, che nel bene e nel male, coinvolse un’intera generazione. Era un movimento che rivoluzionò una società: una cosa così non credo sia possibile al mondo d’oggi.

Il suo lavoro con i Sex Pistols è stato un momento fondamentale della sua carriera, tanto che il gruppo è stato protagonista di due suoi documentari molto differenti tra di loro. Al giorno d’oggi, cosa le è rimasto di quell’esperienza?
I Sex Pistols, come ho già detto, sono stati un momento fondamentale per la cultura Inglese, ma anche mondiale. Ho sentito il bisogno di tornarci sopra anche a distanza di molti anni, dove La grande truffa del rock’n’roll era dell’80 mentre The filth and the fury del 2000, proprio perchè sentivo che il loro potenziale non era esaurito. Ma anche soprattutto perchè tutti mi dicevano di non farlo, quindi ho capito che era la cosa giusta da fare. In ogni caso, dei Sex Pistols dovevo assolutamente mostrare il meccanismo interno alla base di ogni loro azione, che era totalmente negativo. Per questo poi The filth and the fury ha fatto arrabbiare i fan che lo hanno considerato un film irrispettoso, quasi un tradimento. Era il mio obiettivo, restituire la giusta dimensione dei Sex Pistols. Dove gli adolescenti appendevano i poster in camera delle rockstar, beh, il sogno dei Sex Pistols non era semplicemente quello di strappare il poster, ma di far crollare l’intera cameretta.

Foto: A. Bianco – IED Torino

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