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Superman è morto. Il mondo si trova senza speranza, senza difese. Il suo destino sembra nelle mani di Batman (Ben Affleck), un eroe ormai consumato dalla sua stessa sete di giustizia e gravato dal peso degli anni, ma con una ritrovata fiducia nell’umanità. Bruce Wayne, però, è un essere umano e non è in grado, da solo, di proteggere la terra dal nuovo, temibile nemico:  Steppenwolf (Ciarán Hinds), antica divinità in cerca delle tre Scatole Madri e del loro sconfinato potere. 

Così, insieme a Price/Wonder Woman (Gal Gadot), principessa delle Amazzoni, si mette alla ricerca di altri metaumani, come l’ibrido uomo-macchina Victor Stone/Cyborg (Ray Fisher), il velocissimo Barry Allen/Flash (Ezra Miller), e l’atlantideo Arthur Curry/Aquaman (Jason Momoa), per formare una lega di supereroi in grado di contrastare la nuova minaccia. Una Justice League. 

Justice League” di Zack Snyder è un film gravato dal peso delle aspettative. È, in un certo senso, il primo vero e proprio prodotto corale tratto dall’universo supereroistico DC Comics, laddove “Suicide Squad” era più che altro un esperimento – ben poco riuscito – che coinvolgeva personaggi minori, molto diverso per tono e finalità. 

Da “Justice League” ci si spetta l’arduo compito di creare una stabile impalcatura su cui costruire tutto l’universo esteso DC Comics, con cui la Warner tenta il tutto per tutto per aggiustare il tiro, cercando di trovare un compromesso tra la gravità epica dello stile di Snyder e la leggerezza che lo spettatore vorrebbe trovare in un film di supereroi.

Inutile negare che sia il diretto contendente di “The Avengers” e seguiti. Proprio per questo non stupisce più di tanto che sia stato scelto Joss Whedon, regista dei due film corali della Marvel ed ex supervisore del Marvel Cinematic Universe, per aiutare Snyder a trovare questo equilibrio.

Whedon, futuro regista di “Batgirl” (progetto adatto al creatore di una serie tv come “Buffy”), si è infatti occupato della supervisione della post-produzione e della regia di alcune scene aggiuntive, dopo l’impossibilità di Snyder di concludere il film a causa di un grave lutto familiare.

In questo senso, “Justice League” è un prodotto più o meno scorrevole, che porta a casa il risultato senza brillare particolarmente, con una trama e un supercattivo standard. La scrittura più sobria ed essenziale rispetto ai precedenti e la durata ridotta a 121 minuti aiutano molto ad alleggerire il risultato, scongiurando la noia che ha contraddistinto non solo film come “Batman V Superman”, ma anche, almeno per quanto mi riguarda, il tediosissimo “Wonder Woman” di Patty Jenkins.

L’impianto narrativo rimane fortemente legato alla visione di Snyder, così come l’estetica, con scene d’azione ipercinetiche e confuse, la fotografia satura, la CGI evidente ed artificiale e quell’horror vacui nelle inquadrature, tutte cose che ho sempre trovato, sostanzialmente, brutte e noiose sia a livello visivo che concettuale.

Anche la caratterizzazione dei personaggi risulta forse un po’ piatta e lontana da quel tipo di scrittura attenta ai piccoli particolari e ai rapporti  interpersonali a cui Whedon ci ha abituato negli anni. Tuttavia, in questo caso, è inutile stare a rintracciare cosa possa aver scritto il creatore del buffyverse e cosa lo sceneggiatore Chris Terrio, autore anche del precedente “Batman V Superman” (anche se, personalmente, potrei scommettere su un paio di dialoghi). 

Ci sono però alcuni spunti interessanti nella caratterizzazione del Batman di Ben Affleck, eroe arrivato al limite e logorato dal senso di impotenza (e di colpa nei confronti di Superman) e Wonder Woman, interpretata da una Gal Gadot non eccelsa a livello recitativo ma di grande presenza scenica, che ci dipinge un’eroina in cammino verso il ruolo di leader che le spetta, ma che ancora non si sente pronta a rivestire.

Sinceramente, avevo parecchi pregiudizi verso Jason Momoa nei panni di Aquaman, che invece fa quello che deve fare, riuscendo a non apparire mai ridicolo nell’intepretare un personaggio decisamente anacronistico. Ezra Miller come Flash, invece, finisce per essere lo stereotipo della spalla comica, dalle linee di dialogo forzate e spesso fuori luogo, ma piazza un paio di battute che mi hanno fatto decisamente sorridere, mentre il Cyborg di Ray Fisher è, come da previsione, abbastanza anonimo.

Quello che non riesce a fare “Justice League”, cosa che sembra venire naturale ai film della Marvel, è generare affezione nei confronti dei personaggi, finendo per scivolare via, senza che lo spettatore possa soffrire, sperare, tifare per i propri eroi.

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