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    Kamelot

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Il mio nome è… Roy

Un disco uscito un po’ in sordina, ma che ha saputo risvegliare l’interesse del pubblico verso il metal melodico dal torpore in cui era caduto, aprendo così la porta del successo (almeno quello commerciale, e pur sempre in realzione all’ambito metal) ai propri creatori.
“Karma” è un album che si rivela più easy del suo predecessore “The Fourth Legacy”, ma dal quale comunque poco si distacca a livello generale. Una volta ancora gli elementi peculiari del gruppo rimangono il pathos ea l’eleganza delle interpretazioni di Roy Khan e le doti da songwriter di Thomas Youngblood; a cambiare non è nemmeno il team di produzione: ad assistere le composizioni del combo euro-americano troviamo di nuovo Sacha Paeth e Miro. Squadra che vince, non si cambia – e questa squadra, vince per davvero: melodie e songwriting d’eccezione sono le caratteristiche a cui i Kamelot legano il proprio nome, e già l’opener, la veloce e malinconica “Forever”, non può che confermare quanto appena detto. Stesse coordinate stilistiche per la seguente “Wings of Despair”, mentre con il mid-tempo “The Spell” si alza il piede dall’acceleratore, e l’attenzione si sposta sulle ricercate atmosfere tipiche del Kamelot-Sound. A seguire l’acustica “Don’t You Cry”, buona ma forse troppo ruffiana, che prepara il terreno per la title track, la quale, volendo, riveste oggi il ruolo che fu di “Nights of Arabia” nel succitato “The Fourth Legacy”: influenze arabeggianti, ritmiche prog-oriented e un elegante arrangiamento sono le caratteristiche di una canzone che diventa così un instant-classic del repertorio della formazione. La successiva “The Light I Shine On You” si dimostra canzone piacevole, senza dubbio ben riuscita ma tutto sommato senza infamia e senza lode. Dopo la seconda ballad del disco, “Temples of Gold”, si accelera di nuovo con “Across the Highlands” che sfodera un buon riff introduttivo (ma un po’ accademico) e un altro coro da manuale. In chiusura troviamo “Elizabeth”, suite composta di tre parti, in sostanza tre canzoni, dedicata ad Elizabeth Bathory (che è poi la stessa di “Cruelty And The Beast” dei Cradle Of Filth) – un crescendo che traspone in musica l’ascesa di Elizabeth verso la follia più cieca, partendo dalle note suggestive di “Mirror Mirror”, accelerando poi con “Requiem For The Innocent” e concludendo infine con la furia di “Fall From Grace”. In definitiva “Karma” è un disco che ha saputo dire la sua e distinguersi, trovando la propria strada pur agendo in un contesto artistico di riferimento asfittico. E per questo, nel proprio genere, costituisce una delle più significative opere pubblicate negli ultimi anni.

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