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Il ritorno del Faust

Giunge al secondo capitolo l’ambiziosa trasposizione metallara del Faust di Goethe ad opera dei Kamelot di Thomas Youngblood e Roy Khan. Se con “Epica” i Nostri avevano giocato un po’ troppo in difesa, buscandosi le critiche di chi si aspettava qualcosa di diverso dalle idee di “The Fourth Legaci” e “Karma”, “The Black Halo”, pur non rivoluzionando, mostra invece qualcosa nel sound della formazione euro-americana. Ce ne accorgiamo già dall’opener “March of Mephisto” (con Shagrath, Dimmu Borgir, e Jens Johansson, Stratovarius, come contorno), un mid-tempo che spezza la tradizione del tandem intro sinfonico-speed metal song che era ormai una tradizione dei dischi della band (e non solo).
In realtà si nota una generale riduzione dei momenti più veloci, poche le comunque efficaci eccezioni (“When The Lights Are Down”), in favore di un maggior focus proprio sui mid-tempo e sulle atmosfere più introverse e piene di pathos (“Memento Mori”).
Si rifanno inoltre il trucco le melodie di Khan, al solito raffinate e ben rifinite, stavolta però un po’ meno “facili”, e il riffing di Youngblood, più grintoso, energico, forse più moderno che in passato anche a livello timbrico (“Moonlight”). Infine la copertina: non più a predominanza violacea, volendo un altro particolare di rottura rispetto al passato.
Sarà per la somma di questi dettagli grandi e piccoli, magari poco o per nulla innovativi, che rimescolati a dovere creano un disco più cupo e heavy, in qualche modo diverso rispetto alle opere più recenti dei Kamelot. Gli album citati in apertura rimangono riferimenti ben presenti e l’apogeo artistico di questa band, ma “The Black Halo” mostra una volontà di evitare la cristallizzazione sterile del proprio sound, che nel suo ambito di collocazione, rimane tra i più personali venuti fuori nell’ultimo lustro, che fa comunque ben sperare per il futuro.

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