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  • Karl Sanders: Saurian Meditation

    Karl Sanders

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L’antico folk del deserto

Conosciamo tutti i Nile per le loro lezioni di brutal death, rese più avvincenti dai saltuari pellegrinaggi in terre lontane, dagli odori di sepolcri sigillati da un’eternità, da quel senso sacrale e proibito, lo stesso che si prova avvicinandosi alle oscure segrete maleodoranti del quartier generale di LoudVision. Karl Sanders è il primo responsabile di queste escursioni spazio-temporali ed è con “Saurian Meditation” che decide di estrapolare quegli sporadici inserti folcloristici e dargli importanza lunga un album. Dimentichiamo il drumming inumano, dimentichiamo il riffing e le chitarre distorte, dimentichiamo i growl catacombali; insomma dimentichiamo i Nile, tranne i samples di gong, i cori da messa nera (egiziana) e le chitarre acustiche. I pezzi sono lenti e dilatati, spesso basati su un monolitico incedere di percussioni. Intanto la chitarra acustica con un bel timbro metallico e sanguigno tesse una nenia sofferta, un lungo assolo, o un pattern malinconico ripetuto allo stremo, di quelli che suonerebbe un popolo disperso e sepolto nelle sabbie del tempo. Le atmosfere sono cupe, ma più “terrene” rispetto a quanto fatto con i Nile, dove la band madre è crudelmente divina (siamo inumani e vi portiamo il messaggio degli Dei – che ovviamente vi puniranno) qui c’è un retrogusto quasi popolare. La tecnica di Karl è ottima, la scelta dei samples per rumoristica e percussioni è come al solito azzeccata, l’atmosfera è tangibile ma i pezzi non hanno forma canzone, non sono facilmente fruibili e immediatamente godibili, bisogna lasciarli sciogliere nell’aria. Potrebbero essere un aiuto ai pensieri, una base per la “Saurian Meditation”, o un tocco di colore al vostro mercoledì egiziano. Non si tratta di un prodotto prettamente mediocre, ma di un disco troppo diverso per essere giudicato tramite i nostri usuali canoni, secondo i quali risulta eccessivamente settoriale, un po’ indigesto e nella sua interezza noioso.

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