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    Kasabian

    Data di uscita: 31-03-2005

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L’indie s’impregna di groove. Lost soul forever…

È con imperdonabile ritardo che pubblico la recensione di questo geniale lavoro di indie-rock britannico. Purtroppo il sottoscritto si prende la responsabilità di aver taciuto per troppo a lungo questa realtà del pseudo-mainstream, uno dei diamanti grezzi proposti nel 2004 dalla RCA. Quello che rende i Kasabian irresistibili è certamente l’atteggiamento espressivo che trasuda nell’elettronica, nelle scelte melodiche e, come accade in tutte le grandi produzioni, in quelle estetiche, su cui è riposta un’attenta e programmata cura.
Con un nome che deriva da quello della testimone chiave al processo di Charles Manson, il quartetto di Leicester propone con disinvolta professionalità un debutto di anthem orecchiabili, arrangiamenti smaliziati e melodie portanti dannatamente efficaci e potenti. La voce filtrata di Pizzorno è distaccata e graffiante al punto giusto, intensa quando necessario, in grado di esprimere perfettamente l’ironia che è anche l’approccio di fondo di molti pezzi del self titled debut. Con maestri quali gli Stone Roses e l’indie elettronica degli Stereolab, si dimostrano incisivi e seducenti sin dalla opener “Club Foot”: il suo refrain annunciato in un pathos tastieristico prende immediatamente nella sua insidio-ipnotica energia centrifuga, cifra stilistica indiscutibile del quartetto. “Processed Beats” tra sorde corde di basso e chitarra, gioca con un mood più liberatorio e stylish, con inserti di elettronica soft à la Massive Attack, ma trainati da quella forza cruda degli strumenti acustici che 3-D degli ultimi Massive Attack, da solo, non ha mai saputo coniugare. Classicamente, a presa sicura “Reason Is Treason” fionderà l’ascoltatore dentro una litania rock estremamente ballabile, cadenzata su astuti accordi di piano che richiamano il rock’n’roll anni ’60 misti a chitarre distorte e percussioni a tempo sostenuto, sostrati ritmici di elettronica molto intelligenti e linee vocali azzeccate, in un crescendo tellurico che specialmente ad alto volume non mancherà di stupire.[PAGEBREAK]Molti di voi sono già a conoscenza del singolo “L.S.F. (Lost Souls Forever)”, utilizzato in spot pubblicitari, videoclip che ha goduto di un discreto airplay e colonna sonora in alcuni videogiochi; piacevole in fin dei conti per la sua vena easy, ed interessante più che altro per il chorus, è il pezzo che meno dà ragione all’abilità dei nostri: discreta a livello superficiale, non ha niente a che vedere con le inaspettate aperture atmosferiche nel refrain di “I.D.”, a metà tra trance elettronica e l’ambient drum’n’bass. “Running Battle” dà il via ad una seconda parte del disco, meno immediata, che più che farsi ascoltare domanda partecipazione da parte dell’ascoltatore. Il sequencing comincia a diventare elemento preponderante, a costituire insieme alle linee di basso e agli arrangiamenti la chiave atmosferica e la sottile ricchezza e personalità del Kasabian-sound. Rinunciando a dare credito alle intelligenti modulazioni del suono, all’uso delle chitarre distorte come suoni campionati immessi e impressi in un collage artificioso ma di gran classe, si perderebbe il valore che ha la musica del gruppo all’ascolto, molto più che sulla pista da ballo. E per concludere, il giro di basso dal gusto tipicamente blues rende accattivante la pacata “Butcher Blues”, mentre “U Boat” riesce a sospendere l’atmosfera in una surreale trance.
Sofisticati, ironici, domandano e richiamano attenzione grazie al loro potenziale mediatico. Quel che importa è soprattutto la solidità di questo debutto, e il suo gusto parzialmente commerciale ma che non si percepisce affatto risultare da un compromesso, quanto da una vena innata a diventare oppio per le masse. Per chi sguazza nell’indie spruzzato di elettronica con vena sofisticata, questo disco è da avere.

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