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  • Katatonia: Brave Yester Days

    Katatonia

    Data di uscita: 16-05-2004

    Loudvision:
    Lettori:

I dolenti turbamenti degli spiriti decembrini

Per l’ascoltatore che conosce i Katatonia da “Discouraged Ones” in poi, questo doppio CD è come un libro antico nascosto dentro uno scrigno. Un libro polveroso, rilegato in pelle, invecchiato, dalle pagine in carta pesante sgualcite lungo i bordi sporgenti. Una serie di foto in color seppia nascoste in un cassetto mai aperto di una camera in stile vittoriano, morta e disabitata, che sa di poesia ma la cui anima è fisicamente assente. Il vento scuote le tende di seta, lascia filtrare la luce da fuori che svela all’occhio, in un silenzio irreale, che una volta una mano all’opera, in quel luogo, c’è stata. Potete prendere il primo CD e inserirlo nel vostro lettore come se vi trovaste in un posto simile, magari davanti ad un grammofono. Questi sono i Katatonia che vi hanno magari raccontato ma che non avete mai sentito, e la ragione d’essere di questa testimonianza di un ieri ormai sepolto o in decomposizione, come la carcassa corvina della copertina, sta nella meraviglia artigianale di sentimenti disperati che solo loro, per un momento della carriera più brillanti (anche se meno tecnici) dei colleghi Opeth, hanno reso in musica. Collezionando il materiale più raro in assoluto della band, questa raccolta si profila interessante anche per coloro che hanno già gli album “Dance Of December Souls” e “Brave Murder Day”.
Il progetto curato interamente da Blakkheim propone in primis l’intera collezione di MCD targati Katatonia, a suo tempo stampati in quantità molto limitate, richiestissimi e quasi introvabili, se non nel classico salone o fiera del disco dell’usato o su e-bay. Il vero inizio degli svedesi fu nel Giugno del 1992 con il MCD “Jhva Elohim Meth”. Il buongiorno si vedeva dal mattino. Una opener strumentale “Midwinter Gates” sapeva già dare un quadro della malinconia chitarristica di Blakkheim; l’audio è pulito, essenziale ma in grado di centrare ottimamente le intenzioni emotive dei pezzi. Ad accogliervi a sorpresa è la prima versione di “Without God”, un anthem che fece gridare al miracolo sull’album “Dance Of December Souls”. Le tastiere disegnano leggere variazioni, più meste e meno cattive rispetto alla riedizione nell’album.[PAGEBREAK] La vertiginosa “Palace Of Frost” risalta subito all’orecchio sensibile per i chiaroscuri della chitarra solista stampati sulla scala discendente della chitarra ritmica. Un ottimo esempio di inquietante contrappunto ottenuto con una tecnica essenziale; questo brano si evolve poi in modo sia pesante e dinamico, che meditativo e sognante. La chitarra acustica si unisce a quella elettrica nella presentazione della successiva “The Northern Silence”, morbosa e arricchita anche dai primi vocalizzi puliti di Jonas Renske. I suoi scream sono disperati, alti, sforzati, impuri, perfetti per questa solitaria, piovosa e crepuscolare atmosfera. Per gli album ancora reperibili è stata dedicata un’attenzione marginale, e quindi a rappresentare “Dance Of December Souls” abbiamo la traccia di apertura “Gateways Of Bereavement” (caratteristica per lo squarciante ritornello “Let Me Die”) e “Velvet Thorns (Of Drynwhyl)”. Ecco ora le due tracce che vengono date per rarissime, registrate per la “War Compilation Vo. 1″ nel 1994, ma che suonano certamente familiari. “Black Erotica” altra non è che una proto-incarnazione di “12″ dall’album “Brave Murder Day”; è di suo una canzone amabile, quindi le uniche cose che possono deliziarvi ulteriormente è la ricerca di elementi distintivi tra le due interpretazioni. Sicuramente è ravvisabile nella tecnica vocale un abbassamento tonale verso growl più Opeth-oriented e quindi è facile intuire come il gruppo, per scelte artistiche, abbia da qui in avanti tolto le competenze vocali a Jonas. “Love Of The Swan” è invece un’autentica novità, composta dalle solitarie note soliste di chitarra, lenta nel tempo, in perfetto stile “Dance Of December Souls”, e con un dolce stacco melodico-acustico nel suo cuore. Passato questo si viene investiti dalla grandeur di “Funeral Wedding”, prima traccia dell’introvabile “For Funerals To Come”; nei primi minuti costruisce atmosfere capienti, indugia in intimi passaggi, poi diventa nuovamente morbosa e trascinata, accompagnata dagli scream di Blakkheim che divide i doveri al microfono a metà con Jonas in questo EP. “Shades Of Emerald Fields” è più accelerata, di passaggio, scioglie la tensione e mostra al suo interno un po’ di ambizioni soliste che il chitarrista dei Katatonia ha in serbo per il successivo lavoro; qui è forse parzialmente evidente l’influenza dello stile heavy nel suo songwriting. Completamente allucinata la strumentale-title track dell’EP che sfuma nell’outro “Epistel”. [PAGEBREAK]Nel secondo CD troviamo non più perle grezze, ma capolavori senza riserve. Questa è la fase d’oro dei KATATONIA, il 1996-97, che si manifestano dopo due anni di assenza con la gemma che porta il nome implicato nel titolo di questa raccolta: “Brave Murder Day”. Due canzoni soltanto, ovvero “Murder” e “Rainroom”, il resto ve lo dovrete cercare nell’album. La bellezza di questo disco sta tutta nell’incantata, stregante, psichedelica vena chitarristica di Blakkheim che ipnotizza, azzera la dimensione temporale, accarezza e attraversa la mente, se la porta a spasso nei suoi sogni perversi e negli incubi diurni mentre l’impagabile Mikael Åkerfeldt regala una prestazione di qualità unica. La sua voce suona come la morte dentro, come il deterioramento dello spirito che osserva ogni immagine come se fosse l’ultima, sbiadita, quando i colori si confondono e i contorni si sfuocano. Non da meno è la sua performance nell’intricato EP “Sounds Of Decay”, la continuazione ideale di “Brave Murder Day”. Gli accordi iniziali di “Nowhere” non hanno fretta, si assaporano, poi si parte per la familiare cavalcata melodico-psichedelica sulle growls; i ritornelli chitarristici giocano su variazioni semitonali, poi il tutto naufraga su una parte melodica e sincopata. A Blackkheim non è mai mancata varietà, capacità di estendere ed allungare il piacere delle sue invenzioni lungo tempi piuttosto lenti e meditativi; qui lo fa alla grande dando alla ripartenza del ritornello principale il gusto di una cosa attesa. L’inizio di “At Last” è istericamente chiuso e incalzante, poi esplica il suo turbamento in trame soliste più articolate. Per chiudere vi cito ancora “Quiet World”, dall’EP “Saw You Drown”, canzone quasi irreale, capace di trasmettere la pace disperata e la passività impotente, sostanzialmente l’essenza stessa della depressione. Tutto questo è ottenuto non più con la tecnica vocale del primo periodo, ma con la voce pulita di Jonas Renske, che usa qui il riverbero in modo molto atmosferico. “Saw You Drown” precede di poco l’uscita di “Discouraged Ones”, e da qui il filo conduttore si riallaccia all’esperienza di molti di voi, permettendovi ora di proseguire verso i territori che già conoscete senza più soluzione di continuità.
Antologia importante, per un gruppo soggettivamente affascinante.

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