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Katatonia: Come to the dark side… we have cookies!

Chi scrive ascoltava i Katatonia ai tempo di “Brave Murder Day”, e ha ritrovato la bellissima voce di Jonas Renske in “0101001” degli Ayreon (2008): figuratevi la sorpresa quando ha scoperto che erano gli headliner dell’edizione di quest’anno del Night Of The Prog Festival di Loreley, Germania! Katatonia e prog non sembravano andare d’accordo. Tuttavia, colmato un decennio di distanza musicale, la persona in questione si è ricreduta, complice anche lo splendido “Dead End Kings” uscito il mese scorso.

Diciamoci la verità: anche gli eroi cambiano e si evolvono, continuando a crescere con noi e partecipando delle nostre esperienze formative dal punto di vista personale e professionale. Altrimenti, si rischia di rimanere sempre come i Grave Digger o i Korpiklaani, con tutti gli annessi e connessi.

“Dead End Kings” è un prodotto artistico meraviglioso, uno dei migliori album della vostra lunga carriera: ci fai un excursus generale?
Ti ringrazio!! Bé, è il nostro nono album, contiene 11 tracce (13 brani nell’edizione speciale). È stato registrato nei nostri studi, The City Of Glass, e nei Ghost Ward, gli stessi studi in cui abbiamo registrato e mixato “Night Is The New Day”. David Castillo si è occupato ancora una volta del mixaggio, mentre io e Jonas della produzione. I nostri membri turnover Per “Sodo” Eriksson (chitarra) e Niklas “Nille” Sandin (basso) hanno suonato anche loro e partecipato all’album. L’artwork è stato fatto di nuovo dal nostro collaboratore di lunga data Travis Smith, con il quale abbiamo lavorato per 13 anni. E la casa discografica è sempre la Peaceville, che pubblica i nostri album da quasi lo stesso periodo di tempo. Per quel che riguarda lo stile, penso che “Dead End Kings” riprenda il discorso interrotto di “Night Is…”, ma ancora una volta abbiamo cercato di affinare il sound e le performance. Spetta poi agli ascoltatori scoprire il resto!

Le track sono legate da un concept? E come si collega d esse l’atmosfera oscura e affascinante dell’artwork?

Non c’è un filo rosso specifico che unisce le canzoni e non si tratta di un concept; i pezzi sono tenuti insieme solo dall’atmosfera cupa tipica dei Katatonia, come ci si aspetterebbe di solito. L’artwork può essere considerato una visione molto vivida e insieme oscura, che scivola nell’esagerazione surreale e astratta. Il titolo, l’artwork, il simbolismo e il significato sono tutti da scoprire man mano che si ascolta l’album

Quanto tempo ha richiesto la composizione di “Dead End Kings”? Di solito lavorate in gruppo o è a Jonas a occuparsi di testi e musica?

Bé, è difficile dirti una quantità di tempo precisa, perché noi scriviamo sempre piccole parti di canzoni e fissiamo le idee di tanto in tanto, e quei frammenti poi si sviluppano con l’andare del tempo in una raccolta, per così dire. Ma è stato all’inizio di gennaio che ci siamo finalmente chiusi nei nostri studi e ci siamo concentrati esclusivamente nel terminare le canzoni e nell’arrangiarle; poi abbiamo continuato a comporre mentre registravamo, quindi i due processi di registrazione e creazione si integravano a vicenda, per così dire. Siamo usciti dallo studio alla fine di maggio. Negli ultimi anni Jonas è diventato il nostro compositore principale, ma ciò non significa che io non partecipi o che abbia smesso di scrivere: ho solo avuto la crisi creativa peggiore da quando abbiamo realizzato “The Great Cold Distance”, quindi “Night Is…” è stato praticamente tutto lavoro di Jonas. Io ho composto “Forsaker” e “Idle Blood”, e poco altro.

Tuttavia, stavolta mi sono impegnato a ritrovare la strada che avevo perso nel continuum creativo e ho contribuito sia dal punto di vista musicale che dei testi. Addirittura, ho dovuto smettere di scrivere perché avevamo già troppe canzoni! Per me ha contato molto l’aver realizzato quest’impresa e non limitarmi a produrre il materiale di Jonas come ho fatto con l’album precedente. Ora avevamo i pezzi composti da lui, quelli scritti solo da me e alcuni ai quali abbiamo collaborato insieme. Un altro aspetto importante e funzionale del fatto che io e il vocalist abbiamo prodotto l’album è che potevamo permetterci di avere una prospettiva più ampia e analizzare tutte le canzoni fimo all’osso senza soffermarci su chi le avesse scritte. Ci abbiamo messo tanto a “pompare” le canzoni, per far uscire quella raffinatezza che alla fine fa tutta la differenza. Nessun compromesso, solo una visione chiara, la nostra visione, che ci ha indicato come scrivere le canzoni che sarebbero diventate l’album.

In “The One You’re Looking For” c’è un duetto con Silje Wergeland dei The Gathering. Perché avete scelto proprio lei?

Perché è dannatamente gnocca! No, il motivo è che Silje è una grande vocalist, con una belissima voce, e dato che eravamo già amici abbiamo pensato che sarebbe stato inutile cercare qualcun altro. Spero che potremo un giorno suonare questo pezzo dal vivo con lei, sarebbe fantastico!
[PAGEBREAK] Fin dall’inizio siete stati avete avuto una line-up di tre membri, e dopo vari cambiamenti, il nucleo originario dei Katatonia è rimasto di 3 musicisti: non sentite il bisogno di avere una formazione stabile, o siete soddisfatti di collaborare con dei turnisti?
Questo non è esatto, dato che siamo rimasti un combo di 5 membri per 10 anni! Poi, purtroppo, nel 2010 i fratelli Norrman ci hanno lasciato, e siamo scesi a 3, ma abbiamo subito arruolato Sodo e Nille come session men. Sono ancora con noi e contribuiscono a rafforzare la formazione, ma non è facile trovare nuovi membri. È come in una relazione, e tutto deve collimare alla perfezione; fare le audizioni sembra di uscire con qualcuno dopo averlo incontrato in un’agenzia di appuntamenti: trovi quelli strani, i professionisti, i sognatori, e forse quello che fa a caso tuo! Quindi ci sono diversi fattori che devono incastrarsi a vari livelli: l’esperienza, le capacità musicali, l’abilità di relazionarsi con gli altri… Anche se una persona è un grande chitarrista, potrebbe essere uno stronzo dal punto di vista umano: perciò è importante avere subito una chiara impressione di chi ti trovi davanti.

In luglio avete partecipato al Night Of The Prog Festival in Germania: ci raccontate quest’esperienza? Non vi sentivate un po’ fuoriposto in un evento dedicato principalmente alla musica prog?
La location dove si è tenuto il festival era bellissima! Si trattava di un anfiteatro che si dice sia stato costruito all’epoca nazista per gli spettacoli d’intrattenimento dei soldati. Però hai ragione, eravamo un po’ la pecora nera del bill, ma ci è piaciuto, almeno ci siamo fatti notare! Molte altre band presenti erano proggers accaniti, e stavano sul palco come delle statue, preoccupati solo di suonare alla perfezione. Noi invece avevamo quell’aria rock’n’roll tipica dei concerti live. Ed è strano, perché di solito, nei festival del nostro genere, siamo noi ad essere il gruppo di “belle statuine”, o perlomeno lo eravamo.

Avete collaborato a lungo con Mikael Akerfeldt, leader degli Opeth. Ci parli di questo progetto? In futuro lavorerete di nuovo insieme? Avete pensato ad un progetto parallelo con lui (come è accaduto con gli Storm Corrosion di Akerfeldt e Wilson)?

Bé, sia io che Jonas abbiamo lavorato per molto tempo ad un side-project insieme a Mike, i Bloodbath! Li conosci? Mi piacerebbe fare qualcos’altro con lui, ma siamo tutti tremendamente occupati in questo periodo, e non riusciamo a organizzare nulla. Ma non escluderei delle ospitate sui rispettivi album o concerti, o un lavoro di produzione insieme.

Siete stati tra i fautori del doom/death metal, poi vi siete allontanati da questo genere, spostandovi verso il prog, come alcune band hanno già fatto di recente (Opeth, Anathema, Paradise Lost). Cosa secondo te ha determinato questo radicale cambiamento di stile?

È stato un richiamo interiore, una necessità che ci ha spinti all’evoluzione. Ci siamo resi conto del vantaggio di avere un raggio più ampio per esprimerci: il growl e lo stile di cui fa parte sono grandi, ma era limitante per il nostro songwriting, e sentivamo di dover fare il salto quando il cantato limpido ha richiesto delle armonie e delle melodie diverse. Le nostre ambizioni si sviluppano man mano che noi, da musicisti, facciamo nuove esperienze. Se ci pensi, suoniamo questo “nuovo stile”, come lo chiama la gente, da 14 anni, quindi non so se lo si possa ancora definire nuovo o radicale!

Che ne pensi della nuova generazione di death metallers? E dell’evoluzione del genere in questi vent’anni?

Sicuramente non c’è più alcuna traccia della mentalità vecchia scuola, ma io non sono nessuno per dire come questo genere e la generazione che lo suona debba evolversi. Mi trovo bene nel mio angolino, e sono passati da tanto tempo i giorni in cui ero parte di una “scena”. Ora ho 37 anni e ho già avuto le mie esperienze nell’epoca migliore del metal estremo, vissute in prima fila, e sono orgoglioso e fortunato di avere le mie radici in quel genere. Oggi preferisco osservare da lontano l’attività che si svolge.

Questa è una domanda bastarda: non hai paura che i Katatonia, a causa del sound e delle atmosfere dei vostri ultimi album, possano sembrare troppo simili ad altre band death/prog (in particolare agli Anathema, che hanno avuto un cambio di stile parallelo al vostro)?

Se l’atmosfera e il cambio di stile sono le uniche cose che ci accomunano, credo che sia una cosa poco sensata e remota da temere. Ti sentiresti simile al tuo vicino solo perché lui o lei escono da casa alla stessa ora e fate la stessa strada per andare al lavoro? Hahaha! Comunque, se ti interessa saperlo, non mi dispiace condividere la stessa atmosfera di una band piena di talento come gli Anathema. Sono nostri amici e mi sono piaciuti fin dall’inizio, e sostengo al 100% il cammino che hanno intrapreso, anche se penso che loro siano più vicini ad una prospettiva luminosa e sognante, rispetto alla strada oscura che abbiamo scelto noi. Quindi, cosa c’è da temere? Goditi solo la musica mentre ce l’hai!

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