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  • Kayser: Kaiserhof

    Kayser

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Gusto thrash, zero core

Ennesimo supergruppo germinato dalla Svezia, i Kayser sono un “mostro” dietro cui si celano le menti di Spice e Mattias Svensson; ma per nostra fortuna non sono soltanto una costola di qualche formazione affermata: dimostrano infatti una personalità già definita, considerevolmente superiore a quella che ci si aspetterebbe da una band di questo tipo al debutto.
Nonostante la partenza non sia delle più brillanti, il progressivo rallentamento delle ritmiche dà modo ai musicisti di far emergere le propensioni stilistiche che meglio li caratterizzano. Il guitarwork di Svensson, sebbene non costituisca sempre un fulgido esempio di originalità, miscela Bay Area e suono “nineties” in modo azzeccato, senza particolari cadute nel cliché; Spice, invece, ora sporca con un perfetto screaming made-in-Araya il suo timbro inconfondibilmente hard rock, ora si presta a linee melodiche molto vicine a quelle dei Black sabbath ottantiani, ora sembra incarnare una versione “pompata” del migliore Mustaine.
Il disco è vario e lascia ben trasparire la grande esperienza dei singoli musicisti. Inoltre, in tempi di imperante contaminazione hardcore, i Kayser rappresentano una voce fuori dal coro: le influenze provenienti dal metal classico sono palpabilissime (specialmente per quanto riguarda la chitarra solista) e non vi sono spinte verso una direzione troppo estrema. Questo non significa che la proposta della band sia esclusivamente nostalgica e passatista, dal momento che non mancano episodi nei quali vengono impiegate progressioni poco prevedibili, che si discostano piacevolmente dall’orizzonte di attesa dell’ascoltatore tenendone viva l’attenzione per tutta la durata del disco; sebbene i tratti di originalità effettiva ed assoluta siano pressoché inesistenti, i Kayser riescono a compensare con l’onestà delle composizioni, con l’ottimo dosaggio della violenza e con un’attitudine old-school che per una volta non sa né di riciclaggio né di parodia.

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