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  • Keelhaul: Subject To Change Without Notice

    Keelhaul

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Il post core in un bicchiere d’acido

Le pesanti bordate di “Gooch” settano subito il livello per un disco che non cala di tono se non nei minuti finali, quando l’orgia strumentale si placa ed i quattro ragazzotti dell’Ohio si adagiano sul trono dei vincitori. Oltre ai potenti chitarroni sludge c’è un’attitudine Melvins un po’ meno caotica, una sorta di destrutturazione delle canzoni KingCrimsoniana, ci sono (rari) spunti atmosferico-ossessivi a là Neurosis, c’è un groove costante che fa scorrere le canzoni l’una sull’altra senza lasciare respiro. Un flusso di riffoni Sabbathiani affogati nel noise rock e sparati con forza e convinzione fino quasi a quegli scomposti territori ritmici intravisti dalla Volta di Marte. Capirli o no, è una cosa che accade subito, perché il disco non lascia spazio a dubbi; è tutto così diretto che il primo godibile ascolto sarà uguale al decimo. Non ci sono refrain da imparare o ponti che si ripetono. Forse si finirà per aspettare quel riff particolare o quel passaggio di batteria che si era stampato in testa, ma il bello sarà godersi nel frattempo tutto il resto del viaggio. Se solo non calasse nel finale potrebbe essere uno di quei “dischi di riferimento”, per un genere che forse non c’è ancora (basta mischiare altri generi per crearne uno nuovo? Quanti? Valgono i sottogeneri?). Così resta comunque un’ottima prova, consigliato a chiunque abbia un minimo di apprezzamento per l’inventiva, e almeno una passione a caso tra rock, hardcore e progressive, ma anche metal. Loro ironicamente si definiscono post-hardcore-progressive-acid-rock (…); consigliato a tutti?

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