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Il vecchio, il nuovo e il senza tempo

Ovvero le tre anime dei Killing The Dream, giunti con “Fractures” al terzo disco in studio.

Il vecchio perché il riferimento ai grossi nomi hardcore degli anni ’80 è lì, evidente in ogni riff e in ogni urlaccio. Uno su tutti? Ovviamente Hüsker Dü, come dimostra l’abbondante dose di melodia infusa nei dodici brani del disco.

Il nuovo perché la copertina del disco è di Jacob Bannon, perché i suoni sono più simili a quelli di un lavoro a caso dei Converge che a una produzione hardcore old-school, perché il songwriting è pesantemente metallizzato. In questo modo “Fractures” non suona né datato né muffoso, aumentando l’impatto (a.k.a. pugno sul grugno).

Il senza tempo perché la capacità di scrivere belle canzoni prescinde dal genere suonato, dal momento in cui lo si suona e da questo tipo di ragionamenti teorici profondi. “Fractures” è un disco vario, dinamico, che riesce a picchiare e accarezzare nel volgere di pochi secondi; un lavoro che passa con disinvoltura da mazzate sui denti come la quasi-opener “Part II (Motel Art)” a momenti più ragionati come la title-track o la meravigliosa “Thirteen Steps”, che si permette aperture melodiche quasi postrock (nel senso moderno del termine), citazioni dei Breach, rallentamenti, accelerazioni.

Insomma, i Killing The Dream si muovono all’interno di un genere spesso considerato morto, o comunque agonizzante, e lo fanno con disinvoltura, sicurezza nei propri mezzi e tante ottime idee. La breve durata (24 minuti) è solo un ulteriore punto a favore di un disco che andrebbe sicuramente provato e, magari, amato.

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