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    King Tuff

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Burlarsi dei Seventies

Magic Jake, Kenny e King Tuff.

Tre che a guardarli bene non gli affideresti nemmeno il cane nel weekend. Tre che se ne fregano di come li guardi, a loro basta suonare.
Suonare cosa, poi? Il garage rock, quello grezzo e senza manie di protagonismo; quello imperfetto che imperfetto nasce, imperfetto cresce e perfetto non muore mai.

Dodici brani che rivisitano gli anni Settanta in chiave totalmente ironica tramite una voce maschile peculiare, a tratti probabilmente anche fastidiosa- ma è tutto pianificato. Schitarrate che fanno sfogare il ribelle che c’è in ognuno di noi, riff pazzeschi che si stampano nella corteccia cerebrale e lì ci rimangono, un basso figata.
Epic win.

C’era bisogno di una ventata di schiettezza come questa, credeteci.
Criticare un album del genere è difficile, nel senso che non vengono le parole giuste per descriverlo, né in positivo né in negativo. Mancherà sempre qualcosa a definire il quadretto d’insieme, quindi fate una bella cosa: ascoltatevelo voi, da bravi.

Pro

Contro

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