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Kirsten Dunst: Piccole donne crescono

Che Kirsten Caroline Dunst, nata in una cittadina del New Jersey, avrebbe fatto parecchia strada era già evidente fin dalla più tenera età. Esattamente a otto anni appena compiuti. Sembra banale dirlo ora ma la piccola Kirsten ha dimostrato sin dagli albori di poter competere in questo grande mare ricco di pesci qual è Hollywood sfoggiando assi nella manica che molte sue colleghe si sognerebbero. Non è cosa da poco recitare a dodici anni nel cult “Intervista Col Vampiro” di Neil Jordan, e per di più a fianco di Tom Cruise e Brad Pitt: i i due divi la superano per età ed esperienza ma è evidente come sia la piccola Kirsten nei panni della fragile e crudele vampira Claudia a rubar loro la scena.

I pezzi del puzzle di una brillante carriera si devono costruire passo dopo passo e lo sa bene Kirsten, o i suoi genitori o chiunque stia dietro a questo piccolo fenomeno dello show business. E allora è d’obbligo recitare in un classico e se sei una giovane attrice americana di sicuro ciò che è adatto a te è “Piccole Donne“. Un piccolo ruolo, ma il film del 1994 diretto da Gillian Armstrong e il successivo “Jumanji” del 1995 danno lo slancio definitivo alla notorierà della Dunst.

Negli anni successivi sperimenta anche la tv e sembra subire una battuta d’arresto ma tra progetti minori (“True Heart”, “Wag The Dog”) e altri più popolari (“Small Soldiers”), rimane comunque attivissima, fino al fatale incontro con Sofia Coppola.
Il film è l’indimenticato “Il Giardino Delle Vergini Suicide“: delle cinque sorelle protagoniste, Kirsten è la più enigmatica, ambigua, ermetica. Lux è la luce sincera di un film incentrato sulle menzogne e sulla morobosità di una famiglia ferita e ossessionata dalla purezza. Lux è la via di scampo, la speranza, la fuga che inesorabilmente si spegne e si consuma schiacciata dalle convenzioni familiari e ancora di più da quelle sociali. Di attrici in grado di interpretare con così tanta convinzione un personaggio complesso come Lux, nella Hollywood dei nostri ce ne sono davvero poche.
[PAGEBREAK] Una ragazzina così abile nella scelta dei ruoli è cosa abbastanza rara a Hollywood, una qualità certamente frutto di buoni consigli, ma anche di un intuito già sviluppatissimo che le permette di entrare nelle grazie del pubblico pur non abbandonando un cinema di qualità e indipendente. Sarà sempre il binomio mainstream-indie a distinguere un percorso professionale che prosegue inarrestabile. Impressionante il numero di titoli accumulati in poco più di due anni e se il 2000 e il 2001 sono anni di relativa penombra il 2002 è il momento di “Spider-Man“. Un’altra sfida vinta senza fatica: impersonare l’eterno amore di Peter Parker, Mary Jane, era l’ambizione di molte giovani attrici e lei è riuscita a non far rimpiangere l’idea originale di un personaggio forte, con una personalità netta che sa ritagliarsi un proprio spazio all’interno del racconto.

La trasparenza nella sua maturazione di ragazza e d’attrice è l’elemento che la rende diversa rispetto a molte sue coetanee e a certe baby-star: se Jodie Foster decise di abbandonare momentaneamente la recitazione per laurearsi a Yale non contaminando così il proprio talento, la Dunst sceglie di invece di curarne le mutazioni. Rinuncia così al quarto “Spider-Man”, perché una brava attrice deve essere in grado di adattare capacità artistiche e caratteristiche fisiche ai personaggi, e Kirsten lo ha sempre fatto con estrema naturalezza, come se quella crescita fosse in realtà un processo naturale che non ha niente a che fare con la finzione cinematografica.

Con “Mona Lisa Smile” arriva il definitivo cambio di stato: Kirsten è una giovane intrappolata tra la maturità e l’adolescenza, tra la voglia di crescere e e il desiderio di rimanere eterna bambina, di fronte a convenzioni sociali che provocano in lei dissidi interiore; la maturazione dei personaggi va avanti con “Se Mi Lasci Ti Cancello“, “Spider-Man 2″, “Wimbledon”, “Elizabethtown” fino ad arrivare a “Marie Antoinette” dove Kirsten ritrova Sofia Coppola e torna a interpretare quell’innocenza così desiderosa di rimanere pura e irrimediabilmente sporcata dagli eventi esterni.
[PAGEBREAK] La crescita di Kirsten Dunst sul grande schermo diventa forse definitiva il 22 maggio del 2011, quando vince la Palma D’Oro per la miglior interpretazione femminile con il film “Melanchonia” di Lars Von Trier. L’incontro col regista danese non è avvenuto per caso, tanti difetti possono essere attribuiti a Von Trier ma non quello di non saper captare le contrapposizioni nei caratteri delle sue attrici. Contrapposizioni, contrasti che sicuramente in Kirsten sono più che evidenti: nel film, giovane sposa in attesa dell’apocalisse, si butta in una apatia in attesa della fine. Da un certo punto di vista una fine è arrivata per Kirsten: non tornerà mai più bambina, ha perduto l’innocenza, ora è donna.

Kirsten Dunst è riuscita a ritagliarsi uno spazio a Hollywood relativamente con poca fatica. È già qualcosa. Le premesse per un successo così straordinario c’erano tutte e non sono state tradite. Kirsten Dunst non ha mancato un colpo, pur con gli inevitabili errori è riuscita a conquistare grandi autori e una buona fetta di pubblico, con la naturalezza di una bambina e con l’intensità di una donna.

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