Home > Recensioni > Knight of Cups

A quasi due anni dalla prima proiezione alla Berlinale nel febbraio 2015, il 9 novembre arriva nei cinema italiani “Knight of Cups” di Terrence Malick grazie alla distribuzione di Adler Entertainment.

Come i precedenti, e formalmente vicini, “The Tree of Life” (Palma d’Oro a Cannes 2011) e “To the Wonder” (accolto senza entusiasmo a Venezia 2012), “Knight of Cups” andrebbe affrontato con un po’ di pragmatismo, se non altro per evitare di cadere in eccessi critici opposti — alla proiezione per la stampa romana c’era chi dormiva dopo appena un quarto d’ora e chi prendeva furiosamente appunti — ma altrettanto improduttivi.

Innanzitutto, l’argomento: di che si parla? “The Tree of Life” era un racconto di formazione che cercava un (impossibile?) punto di contatto tra la via della Grazia e la via della Natura; “To the Wonder” ragionava sull’amore e i rapporti sentimentali; protagonista di “Knight of Cups” è invece l’essere umano come pellegrino sulla Terra, un cavaliere errante straniero in ogni luogo e che in ogni luogo cerca dei segni capaci di indicargli il cammino (da qui i riferimenti alle figure dei tarocchi) e, soprattutto, una meta da raggiungere.

Chiarito il cosa, resta il come. Ancora una volta Terrence Malick non narra attraverso dialoghi o una disposizione canonica dell’intreccio ma procede per frammenti emozionali, non mostra azioni o eventi ma evoca percezioni. Insomma, i personaggi non parlano tra di loro ma comunicano indirettamente attraverso la solita, invasiva voce fuori campo che tutto spiega, o vorrebbe spiegarsi (e spegarci). Sì, perché noi umani non siamo capaci di vivere in maniera im-mediata e siamo condannati a filtrare ogni esperienza attraverso il pensiero e la parola.

«Pay attention to this moment. Perfect. Complete. Just as it is» («Presta attenzione a questo momento. Perfetto. Completo. Così com’è»): se lo sente dire il protagonista Rick, e non potrebbe esserci consiglio migliore, per lui ma anche per noi spettatori. Non affanniamoci a capire la storia (trovo sempre molto divertente leggere le sinossi dei film di Malick: davvero succede tutto questo nel film? Ed è davvero fondamentale sapere i nomi dei personaggi?), non perdiamo tempo sulle vicende personali di Rick (i lutti in famiglia, l’ex moglie, l’amante…). No, concentriamoci solo sugli attimi, di vita e di cinema: sul volto bellissimo di Natalie Portman increspato dal pianto, sugli occhi affaticati di Cate Blanchett e le sue mani delicate di medico amorevole, sul corpo languido e indolente di Christian Bale… In questi attimi, in questi dettagli, sapremo sempre trovare qualcosa che ci riguarda e ci tocca da vicino.

E in questo percorso di comprensione gli attori giocano un ruolo molto importante. Non dev’essere facile recitare in un film di Terrence Malick, sia per ragioni pratiche legate al metodo di lavoro del regista (un paio d’anni fa Cate Blanchett confessava di non sapere quale film di Malick stesse girando, né come, né cosa ne sarebbe venuto fuori), sia per ragioni artistiche. Chiamati ad incarnare non veri e proprio personaggi ma pensieri, sensazioni e suggestioni, gli interpreti devono possedere le giuste qualità estetiche (la luminosa Jessica Chastain di “The Tree of Life”, con i suoi capelli rossi e la pelle trasparente, era in questo senso una Grazia riuscitissima) e un’estrema capacità di sintesi sul piano recitativo, per veicolare velocemente le emozioni in modo preciso e non sembrare dei pupazzi, ben illuminati dal sempre impressionante Emmanuel Lubezki, ma pur sempre dei pupazzi con lo sguardo vacuo o, peggio, finto-poetico (per tornare a “The Tree of Life”: Sean Penn è un ottimo attore, ma l’astrazione non fa per lui e in molte scene i suoi occhi gridano «abbiate pietà, non so cosa sto facendo»).

Del ricco cast femminile di “Knight of Cups” abbiamo citato Cate Blanchett e Natalie Portman: non per la fama (che le porta comunque ad avere il nome scritto in grande sulla locandina) né perché abbiano una parte più corposa rispetto alle altre donne che ruotano intorno al nostro pellegrino (sono entrambe in scena per pochi minuti), ma appunto perché sono le più brave. L’abilità di Cate Blanchett di innestare infiniti livelli di profondità su una battuta o un’espressione del viso qui si rivela preziosissima, mentre Natalie Portman mette a frutto la commovente naturalezza espressiva che la contraddistingue fin da quand’era l’attrice bambina di “Leon”.

Insomma, il cinema di Terrence Malick offre non pochi spunti di riflessione sulla messa in scena cinematografica — potremmo parlare ancora e a lungo di come si muove la macchina da presa, o dell’attenzione che “Knight of Cups” riserva alle scenografie — e sugli strumenti (immaginazione, linguaggio — lo stesso Rick è un artista) che gli essere umani hanno a disposizione per comunicare gli uni con gli altri. Non liquidiamolo con superficialità. Pay attention.

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