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  • Knut: Challenger

    Knut

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Onda d’urto, multiforme ed inesorabile

Challenger: n sfidante m/f. Questo quanto riporta il dizionario. E quale titolo, meglio di questo, può racchiudere al proprio interno l’essenza di un lavoro come questo nuovo album degli svizzeri Knut? Una sfida costante, nei confronti dell’ascoltatore, violentato da questa nuova creatura musicale, nei confronti della musica come fatto consolidato e inquadrato in schemi già fissati, nei confronti di sé stessi come spinta verso limiti fisici e psicologici che possono essere infranti da un momento all’altro. I Knut hanno creato un mostro, capace di muoversi lentamente ma inesorabilmente, che inghiotte tutto al suo passaggio e lo trasfigura per poi lasciarlo sul campo con solo un esile fiato di vita. La lezione dei Breach è stata appresa appieno, l’evoluzione dal precedente mini “Knut” è evidente, la maturazione artistica compiuta e la dinamicità dei pezzi è davvero eccellente: niente della loro musica è passiva, statica, tutto è movimento, è divenire, è trasformarsi in qualcosa di sempre diverso ma sempre affascinante. La traccia iniziale, “Whacked Out”, non è altro che l’immagine di una persona che corre disperata, cercando di evitare l’onda d’urto che sta inevitabilmente per travolgerlo, per poi inghiottirlo e trascinarlo all’interno dell’onda stessa, denso magma di allucinazioni noise e pesantezza metallica. Tutto il disco è teso, compatto, un meccanismo pronto ad essere attivato e ad esplodere; se magari sembra sopito in una traccia come “Neon Guide”, eccolo riesplodere nella successiva “H/Armless”, song capace di un groove e una potenza davvero raramente sentiti in altre sedi: lento ma inesorabile incedere di una mandria di elefanti in slow-motion. “58-788″ è un intermezzo di chitarra acustica e rumorismi che ti porta direttamente all’inferno di “Ice Will”: veloce, diretta, intricata. Fottutamente devastante. E alla fine arriva “March”, suite di 13 minuti che ci culla tra dissonanze chitarristiche e fraseggi tipici dei Neurosis, prima però di far scattare la molla del detonatore che risveglia il mostro sopito, per un ultimo dilatato, slabbrato impeto di rabbia.
E una volta tanto avremo la fortuna, anche noi italiani, di assistere all’inferno in terra il 18 Maggio al Leoncavallo di Milano, in compagnia di un’altra affascinante creatura chiamata Keelhaul. Io sono già là. La questione a questo punto è: siete pronti anche voi ad accettare la sfida?

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