Home > Interviste > Kung Fu Panda 3 | Incontro con Alessandro Carloni

Kung Fu Panda 3 | Incontro con Alessandro Carloni

Stanno per tornare sul grande schermo le avventure dell’adorabile Guerriero Dragone Po: “Kung Fu Panda 3” sarà nelle sale italiane dal 17 marzo e in questo nuovo capitolo Po si ricongiungerà con il vero padre Li e gli altri panda del suo villaggio d’origine.

“Kung Fu Panda 3″  è un film molto interessante dal punto di vista produttivo, nato dagli sforzi congiunti di DreamWorks Animation e Oriental DreamWorks, studio di Shanghai fondato nel 2012 come partnership tra la società americana e alcune compagnie d’investimento cinesi. In sostanza, sarà il primo grande film d’animazione di una società americana co-prodotto con la Cina.

Diretto da Jennifer Yuh (regista di “Kung Fu Panda 2”) e Alessandro Carloni, questo capitolo della saga segnerà il debutto ufficiale dell’animatore bolognese nel ruolo di regista.

Classe 1978, Carloni è approdato in DreamWorks nel 2002, lavorando a “Sinbad – La leggenda dei sette mari” (2003) come animatore, per poi diventare il supervisore delle animazioni di “Kung Fu Panda” (2008), story artist di “Kung Fu Panda 2” (2011) e “I Croods” (2013), supervisore alla storia di “Dragon Trainer” (2010) e “Dragon Trainer 2” (2014).

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Alessandro Carloni durante la View Conference 2015, sedicesima edizione dell’importante evento sulla computer grafica e il cinema digitale che si tiene annualmente a Torino, dove il regista ci ha parlato del film, della sua carriera e, soprattutto, del panda Po. 

KFP3_sq500_s34_f140_FIN

“Kung Fu Panda 3” rappresenta la tua prima esperienza da regista per DreamWorks. Com’è andata?

In realtà, ho già lavorato per tre anni come regista di un film che non è ancora stato annunciato [probabilmente “Me and My Shadow”, lungometraggio realizzato con una tecnica d’animazione mista, la cui produzione era stata annunciata già nel 2012, ma che sembra essere stato messo in stand-by da Dreamworks, ndr]. Questo, però, è il primo film diretto da me ad uscire al cinema. La principale differenza sta nell’enorme quantità di gente con cui ho collaborato, soprattutto negli ultimi 8 mesi di produzione. Sono circa 600 persone. C’è una grande quantità di lavoro da seguire, meeting, incontri. È stata un’esperienza interessante e piacevole, soprattutto per la grande collaborazione che si è instaurata, che è ciò che caratterizza il sistema di produzione americano.

All’inizio eri stato accreditato come story artist di “Kung Fu Panda 3”. Come sei diventato regista?

Ad un certo punto, il film stava andando in una direzione molto diversa rispetto a quella iniziale, con idee non adatte. Così, mi hanno chiesto di prendere il controllo. Non è stato un grande cambiamento per me. In un certo senso, era qualcosa a cui stavo già lavorando. È cambiato solo il mio focus, che si è spostato da un progetto ad un altro. Avevo già lavorato con Jennifer [Yuh, ndr] nel primo film, creando i personaggi. Era una situazione ideale, perché la chiave per lavorare bene insieme era, appunto, conoscere Po. Semplicemente, sono diventato uno dei registi perché, nel tentativo di aggiustare la storia, la versione che avevo in mente è diventata il film stesso.

La storia di “Kung Fu Panda” è stata pensata fin da subito come trilogia, come è successo con quella di “Dragon Trainer”?

No, assolutamente no. “Dragon Trainer” racconta una saga epica ed è più concentrato sulla storia, mentre “Kung Fu Panda” si basa principalmente sullo stesso Po e sui personaggi. Non importa cosa faccia Po, la gente è interessata a passare del tempo con lui. Nella storia del secondo film si parlava dell’estinzione dei panda e del fatto che Po fosse l’unico rimasto. La cosa aveva generato preoccupazione in Cina. Così, alla fine, era stata aggiunta una scena in cui si vedevano altri panda. Quando il film è uscito, tutti si sono chiesti: «Cosa succederà a Po, adesso? Incontrerà la sua famiglia?». Siamo partiti da qui per creare la nostra storia.

Qual è in motivo che spinge a realizzare dei sequel?

Sono i personaggi stessi, secondo me. Un film può avere una storia fantastica, ma senza personaggi interessanti, non credo che gli spettatori vorrebbero vederne il seguito. Ho lavorato allo sviluppo della storia del primo “Kung Fu Panda” e quello che mi ha reso più orgoglioso è stato l’aver contributo a creare Po, un personaggio con una grande longevità proprio per la sua personalità. È stato un percorso difficile, perché nei film comici si creano delle dinamiche particolari: per esempio, bisogna far sì che un personaggio entri in conflitto con un altro o che abbia un atteggiamento negativo, per poi imparare una lezione. Così, si rischia di creare personaggi negativi.

Abbiamo lavorato molto per fare di Po un protagonista estremamente positivo, definito dal suo amore per kung fu e la sua semplicità. Lo abbiamo reso tanto adorabile e simpatico, da far desiderare di vedere di più. Il mio ruolo principale come regista del terzo film è stato quello di proteggere il personaggio stesso, sopratutto quando arrivavano suggerimenti utili a creare storie interessanti, ma che avrebbero snaturato la personalità di Po. Quello che vogliono gli spettatori, alla fine, è rivedere il loro amico.

KFP3_sq6009_s1-001_FIN

“Kung Fu Panda 3” sarà la vostra prima grande co-produzione con la Cina e alcune sequenze verranno persino animate nuovamente per il mercato cinese, in modo da adattare il labiale dei personaggi alla pronuncia. Come è stato lavorare ad una produzione nel genere?

Innanzitutto, è stata molto utile. Per il primo “Kung Fu Panda” abbiamo dovuto fare tante ricerche, viaggi e parlare con i nostri amici cinesi, per evitare di insultare cultura e tradizioni. In questo caso, invece, bastava semplicemente chiamare i colleghi in Cina per chiarire qualsiasi dubbio. Si tratta di ragazzi molto giovani ed entusiasti, con i quali è stato un vero piacere lavorare. Questo film si è rivelato, per loro, un’opportunità per creare uno studio in cui realizzare film in stile DreamWorks per il mercato cinese. Hanno usato le nostre scene per imparare le tecniche d’animazione e stanno finendo di animare il labiale del film, per adattarlo al doppiaggio pre-registrato. Sarà davvero interessante vedere i nostri personaggi parlare in cinese mandarino!

Com’è stato collaborare con Guillermo del Toro, produttore esecutivo del film?

Lui è veramente incredibile. Uno dei problemi di questo lavoro è che ci sono moltissime persone pronte a dare suggerimenti. Spesso ci si trova tra due capi, che dicono cose opposte. Guillermo, invece, è capace di vedere quello che stai cercando di fare come regista. Qualsiasi suggerimento dà, si basa su quello che stai provando a creare. Quindi, invece di dirti cosa lo farebbe lui, ti suggerisce come raggiungere quel risultato. È davvero una rarità ad Hollywood. Un’altra sua grande qualità è quella di riuscire a far star zitti tutti gli altri [ride, nrd]. A volte siamo in riunione con 20 persone, a cui partecipa gente potentissima di Hollywood, ma quando parla lui, che è così dolce e simpatico, tutti sorridono e sono contenti. Qualche volta gli ho chiesto di venire con me alle riunioni, perché sapevo che Spielberg mi avrebbe dato dei suggerimenti che proprio non volevo seguire e la cosa ha funzionato! Purtroppo, è sempre molto occupato e bisogna chiamarlo un mese prima [ride ancora, ndr].

Hai già lavorato come animatore a “Sinbad – La leggenda dei sette mari”, realizzato con animazioni tradizionali. Cosa ne pensi del rapporto tra questo tipo di animazione e quella digitale? Ti piacerebbe poter realizzare film in modo tradizionale?

Mi piacerebbe molto. Purtroppo, credo che quello che ci spinge a volere film in animazione tradizionale sia la nostalgia. A livello narrativo, raccontare una storia in CGI è più semplice. La gente riesce a dimenticare più facilmente di essere di fronte ad una cosa non reale, mentre con il disegno, sopratutto quando non si è bravi abbastanza o si fanno scelte troppo stilizzate, è più probabile che lo spettatore si distacchi dalla storia. Per questo motivo, le animazioni in CGI sono più popolari. Sembra esserci una grande richiesta di film in animazione tradizionale, ma mi chiedo sempre, mettendomi nei panni di un investitore, se a desiderarli sia solo un mondo d’artisti. Io stesso, da molto tempo, sto sviluppando un film della DreamWorks in cui le due tecniche sono combinate, con ombre disegnate a mano [Carloni non può rivelare il titolo, ma si tratta, probabilmente, del già citato “Me and My Shadow”, ndr]. C’è però un po’ di tensione nel mondo dell’animazione. Questi film costano molto e ci si prende dei rischi. Il nostro compito di registi è fare dei film che possano piacere alla maggior parte delle persone.

Un’ultima domanda: “Me and My Shadow” è ancora in produzione o è stato cancellato?

Non posso parlarne, mi dispiace! Quello che posso dire è che esiste ancora, non è stato cancellato.

Scroll To Top